Cerca la tua sede

Selezione del donatore e test dell’epatite B
22.12.2011

Condividi su

Il modo più sicuro per ridurre il rischio di trasmissione dell’epatite B da
trasfusione è quello di rilevare la presenza di due componenti del virus: l’antigene e il DNA.
Lo dichiara il prof. Claudio Velati, presidente della SIMTI – Società Italiana
di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia, che dalle colonne dell’ultimo
numero della rivista scientifica “Blood
Transfusion
” illustra i risultati di una ricerca condotta recentemente da
un’équipe di medici trasfusionisti.

Abbiamo incontrato il dott. Velati per capire meglio gli esiti di questo studio.

Professore, potrebbe spiegarci i vantaggi derivanti da questi due test?

Si tratta di ricerche che puntano a rilevare la presenza di indicatori diretti dell’epatite. Il
primo è un esame sierologico introdotto nel nostro Paese negli anni Settanta, che serve a ricercare una proteina di superficie del virus chiamata HBsAg, nota anche come antigene
Australia. Il secondo, invece, è un test molecolare obbligatorio da due anni e mezzo, che rileva la presenza dell’acido nucleico, cioè il più valido indicatore della replicazione del virus.

Nella ricerca da me coordinata abbiamo cercato di comprendere se questi due test
fossero sufficienti a valutare l’idoneità alla donazione, oppure se fosse necessario integrare l’indagine con un ulteriore esame sierologico (il
cosiddetto “anticore”), con cui possiamo individuare le risposte che l’organismo
sviluppa in presenza del virus, cioè gli anticorpi che il sistema immunitario
produce in caso di infezione.

Dalle valutazioni fatte e dallo studio della letteratura esistente, siamo giunti
a concludere che l’aggiunta di un ulteriore esame non dà un significativo valore
aggiunto alla selezione. Inoltre, è opportuno sottolineare che i due esami descritti all’inizio
coprono tutti i vari periodi cosiddetti “finestra”, che rappresentano un
pericolo per la trasmissione del virus attraverso le trasfusioni.

Nell’articolo si afferma che la ricerca degli anticorpi
determinerebbe l’esclusione di un’ampia percentuale di donatori.
Potrebbe spiegarci questo aspetto?

Fino a poco tempo fa si pensava che lo sviluppo delle difese immunitarie contro
il virus dell’epatite B, se accompagnato dalla scomparsa totale dei segni di sofferenza del fegato, fosse
un indicatore della guarigione e determinasse, quindi, l’idoneità
alla donazione. Questa convinzione, ancora espressa nei criteri di selezione del
donatore vigenti in Italia, è ormai tramontata in maniera definitiva.

In Paesi del Mediterraneo come l’Italia, considerati a media-alta endemia di
infezioni da epatite B e C, se andiamo a ricercare la risposta anticorpale (cioè
i marcatori indiretti anti-HBsAg) troveremo una quantità decisamente elevata di
soggetti che sono in ottime condizioni di salute, pur avendo avuto in passato un
contatto con il virus. Nel caso dell’epatite B, ricordiamo che dal 1991 in
Italia è obbligatoria la vaccinazione dei neonati e degli adolescenti al 12°
anno d’età. Esiste, quindi, un ampio numero di donatori che non sono stati
interessati da queste misure di prevenzione e che, pur avendo avuto un contagio,
sono guariti. Se utilizzassimo il marcatore anti-HBsAg come criterio di
selezione, dovremmo quindi eliminare molti soggetti che di per sé non sono
trasmettitori del virus. Questo ci porta a concludere che il modo più diretto
per verificare l’idoneità alla donazione è il ricorso ai test che rilevano la
presenza dell’antigene e del DNA.


Leggi l’articolo pubblicato su “Blood Transfusion” (in lingua inglese).

Attendi