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AVIS SOS n.1 intervista l’ex ministro Flick
20.05.2015

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E’stato spedito nei giorni scorsi alle sedi e agli abbonati il nuovo numero di Avis sos (n.1/2015). Vi riportiamo in anteprima l’intervista all’ex ministro della giustizia e presidente emerito della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick.

DIGNITA’ SOCIALE E PARTECIPAZIONE

Giovanni Maria Flick, già ministro della Giustizia e presidente della Corte Costituzionale, si è occupato con assiduità in tutta la sua vita di giustizia sociale, partecipazione e diritti. Proprio attorno a questi aspetti ha tenuto la prolusione per l’apertura dell’anno accademico della Fondazione Campus, realtà con cui AVIS collabora da anni. Alla nostra rivista ha voluto concedere un’intervista attorno ai temi ‘caldi’ del no profit italiano, spaziando dalla modifica del titolo V della Costituzione alla riforma del terzo settore oggi in discussione in Parlamento.

Il suo ultimo libro si occupa di dignità. Che legame ha questa parola con il volontariato?
La riflessione deve partire dal concetto di sussidiarietà, ben espresso nell’articolo 118 ultimo comma della Costituzione, che impone agli enti della sussidiarietà verticale (Stato, Regioni, Comuni) di favorire l’esercizio della sussidiarietà orizzontale, cioè l’impegno di tutti i cittadini, privati e associati, nel lavorare per la tutela dei diritti e lo svolgimento di attività di interesse generale.
Questo articolo, introdotto con la modifica del 2001, sottolinea e rende esplicito il principio costituzionale di dignità della persona, di solidarietà e di pari dignità sociale. Che cosa vuol dire questo? Si tratta dell’impegno di tutti noi per superare la contrapposizione rigida e tradizionale tra un pubblico burocratico e spesso inefficiente ed un privato rivolto solo alla logica del profitto, a favore di un’alternativa: il c.d. terzo settore che è una risorsa fondamentale per la realizzazione del principio costituzionale di pari dignità e del principio personalistico.
Parto dal presupposto che la pari dignità sociale esprime il significato principale della Costituzione. Noi abbiamo una Costituzione al tempo stesso pluralista e personalista, che mette al centro l’uomo, non soltanto nella sua dimensione individuale ma sociale. L’articolo 2 enuncia infatti sia i diritti inviolabili della persona come singolo e nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità; sia i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale in posizione di reciprocità con i diritti. L’articolo 3 sottolinea l’uguaglianza e la diversità di ciascuno di noi, che non deve però diventare discriminazione; ed impone allo Stato di rimuovere gli ostacoli di fatto alla piena partecipazione di tutti alla vita sociale.
Il volontariato assume quindi una posizione rilevante nel suo porsi a fianco e come alternativa tra il pubblico e il privato, per arrivare a consentire una piena espressione della dignità sociale. Il volontariato è quel tipo di intervento non animato da logica di profitto, orientato ai più deboli (penso a quello nelle carceri, sanitario o a tutela dei beni culturali), che rende concreta l’attuazione di tale principio.
Perché si era resa necessaria tale modifica? E come è stata attuata?
In sé e per sé la riforma poteva anche non essere necessaria, visto che il contenuto dell’articolo 118 per la sussidiarietà orizzontale era già previsto in realtà negli articoli 2 e 3, 4 (diritto/dovere di contribuire con il lavoro al progresso), nell’art. 18 (sulle libertà associative) e nell’art. 41 (sull’utilità sociale che rappresenta un punto di riferimento e al tempo stesso un limite all’iniziativa economica individuale).
Avere sottolineato nuovamente tutto ciò nell’art. 118 è stato un modo importante per superare la diffidenza che abbiamo sempre avuto in questo Paese verso il volontariato, con il settore pubblico e quello privato timorosi che il no profit potesse aprire orizzonti e prospettive al di fuori del loro controllo.
C’era bisogno della modifica anche perché, prima dell’attuale discussione sulla riforma del terzo settore, erano pochissime le norme del codice civile che riguardavano il volontariato, con una evidente sperequazione tra le norme che si occupavano di società commerciali e quelle in tema di associazioni. Non esisteva neppure una definizione giuridica precisa di volontariato e di terzo settore, ma solo interventi disorganici e scoordinati in tema di agevolazioni fiscali.
Mancava appunto una regolamentazione seria del terzo settore che, senza rinchiuderlo in norme troppo rigide, proponesse almeno un quadro sistematico . A tutto ciò si sta oggi ovviando con la riforma in discussione al Parlamento.
Nell’insieme, io ho la sensazione che il volontariato non abbia ancora compreso appieno il suo diritto/dovere di esistere e di operare. Userei l’espressione forte di complesso di inferiorità, che deriva forse dall’essere stati a lungo sopportati o considerati un’appendice della carità; mentre fare volontariato significa affermare il valore costituzionale della solidarietà.
A proposito di riforma del terzo settore, qual è il suo giudizio sul provvedimento?
Tutto sommato positivo, nella misura in cui nella delega si dà una prospettiva organica di ciò che è volontariato, cooperazione sociale, impresa sociale e fondazione. Questa visione d’insieme è tanto più necessaria oggi, in un mondo globalizzato in cui la logica del profitto sembra aver assorbito ogni prospettiva di gratuità. Mi sembrano importanti anche gli obiettivi del disegno di legge: un sistema di partecipazione dei singoli e delle persone associate; un sistema di valorizzazione dell’economia sociale sia come crescita economica sia come occupazione; un sistema di riordino e armonizzazione di strutture frammentate. Questa visione e riorganizzazione mi sembrano particolarmente necessarie e rilevanti in un momento in cui assistiamo a fenomeni di corruzione e malcostume che inquinano anche questo settore e quello della cooperazione: ciò che è particolarmente inaccettabile, quando si mette a rischio l’intervento in favore dei più deboli (detenuti, migranti).
La mia esperienza nel volontariato è legata all’esperienza come ministro della giustizia nel primo governo Prodi, quando ho toccato con mano che il sistema carcerario non poteva funzionare senza l’ausilio della sussidiarietà orizzontale, ossia del volontariato quale mezzo principale per creare un ponte tra l’interno e l’esterno della prigione, valorizzando l’aspetto di recupero della persona e di rieducazione insito nella pena stessa. E’ un’esperienza che serve non solo a costituire un ponte tra la realtà esterna e il carcere e viceversa; ma anche a far capire come è il carcere a chi è fuori, singoli cittadini e società nel suo complesso. D’altronde non potrebbero esistere le misure alternative al carcere senza quelle strutture di volontariato che danno una casa a chi non ce l’ha e arriva con fatica a un lavoro esterno o alla semilibertà, essenziali per il suo reinserimento progressivo nella società.
Altro ambito importante del volontariato è la tutela del patrimonio artistico, storico e culturale, che potrebbe essere volano di occupazione giovanile.
L’altra presenza forte del volontariato riguarda l’articolo 32, che interesse da vicino realtà come AVIS.
Dal donare sangue all’assistenza al malato, occorre pensare che affidare questo diritto per intero allo Stato in modo assistenzialistico o al privato con scopo di profitto non funziona.
Affidare tutto al pubblico, in tempi di ripensamento del welfare come quelli attuali, può diventare molto problematico, così come altrettanto problematico è far svolgere questo compito solo in un’ottica economicistica. La salute non ha prezzo, si dice; ma la sanità costa cara.
Quali sono oggi, in un contesto di crisi ma anche di riclassificazione dei Lea (livelli essenziali di assistenza), le sfide del volontariato sanitario?
Sono moltissime. Pensiamo alla definizione stessa di salute, che per l’Organizzazione Mondiale della Salute non è solo assenza di malattie, ma benessere, identità e integrità psico-fisica, per la quale anche la dimensione sociale – come il volontariato – è essenziale.
Cito l’esempio dei malati terminali e del fine vita dignitoso, che non si limita al solo tema delle terapie palliative ma si estende anche e soprattutto a quello di un’assistenza domiciliare o familiare adeguata. In questo senso si capisce quanto sia fondamentale il volontariato per andare a incontro a ciò che potrebbe essere un peso insostenibile per il nucleo familiare del malato.
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