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L’intervista al Presidente del Centro Nazionale Volontariato
19.04.2018

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La riforma non si deve fermare

Parla il presidente del Centro Nazionale Volontariato, Edoardo Patriarca

 

Di Giulio Sensi

È stato fra i parlamentari protagonisti della stagione riformatrice del terzo settore ed è uno dei pochi della maggioranza della scorsa legislatura ad essere strato rieletto. Siede tra i banchi del Partito Democratico al Senato Edoardo Patriarca che in questi anni ha continuato a voler conciliare il suo ruolo in Parlamento con l’impegno per il terzo settore: presidente del Centro Nazionale per il Volontariato e dell’Istituto Italiano della Donazione, ma anche, e soprattutto, punto di riferimento di centinaia di organizzazioni del terzo settore nel grande dibattito sulla riforma. “Sarebbe una grande occasione persa se la riforma si arenasse con il futuro nuovo governo -commenta-. Questa riforma ha attivato un grande dibattito pubblico, ha permesso una forte elaborazione positiva dentro il mondo del terzo settore. Fermarsi vorrebbe dire tornare al secolo scorso”.

 

Quanto manca al completamento del disegno riformatore e quali sono gli aspetti principali che devono ancora essere affrontati?

 

Molto è stato fatto, ma ancora di più resta da fare sul fronte dei decreti ministeriali che devono attuare la riforma. Ne mancano ancora una decina, alcuni su aspetti strategici: senza di questi possiamo affermare che la riforma stenterebbe a decollare. Penso alla parte della finanza e di tutte le forme innovative di finanziamento del terzo settore, ma anche al tema della fiscalità. Rimangono aperte poi questioni cruciali come l’istituzione del registro nazionale, nonché la partita dei pareri dell’Unione europea: senza queste questioni risolte e senza una rinnovata progettualità di ministero e sottosegretari, corriamo il rischio che la riforma parta appunto molto indebolita. Il nostro obiettivo era di renderla pienamente operativa entro il 2019 ed è importante che il terzo settore continui a svolgere, con la solita autonomia e il solito impegno, il ruolo di pungolo per chiedere al futuro governo di attivare le procedure e le competenze necessarie a portare a termine il progetto. Se il nuovo governo, ancora lontano dall’essere formato, non si impegnasse fino in fondo a chiuderla, potrebbe rimanere veramente incompiuta.

 

Quali sono i prossimi atti in agenda?

 

Sono stati appena licenziati dal Consiglio dei Ministri alcuni decreti correttivi sia al Codice del terzo settore -con l’obiettivo di avere un migliore coordinamento con la normativa nazionale e regionale-, ma anche sulla disciplina relativa all’impresa sociale. In carico alle Commissioni Speciali di Camera e Senato ci sono i pareri su due decreti riguardanti la disciplina del servizio civile e un’ulteriore modifica al Codice. Non abbiamo ancora idea dei pareri che verranno espressi, in particolare dalle forze politiche ora più rilevanti come Lega e 5 stelle. Ma da essi potremo iniziare a capire quale sarà l’approccio alla riforma.

 

 

Che clima avverti fra le forze politiche in Parlamento rispetto alla riforma stessa?

 

Ripeto: non c’è ancora un approccio definito, non esistono atti che possano darci indicazioni precise. Auspico che il futuro governo sia favorevolmente impegnato a chiudere la partita della riforma in tempi brevi.

 

Non si può negare però che il dibattito sul ruolo sussidiario del terzo settore però sia al momento inesistente.

Si, purtroppo sussidiarietà è una parola dimenticata: eppure il nostro Paese potrebbe veramente uscire in modo diverso da una crisi economica e sociale molto grave se riuscisse a sviluppare una vera alleanza con i corpi sociali. La politica e lo Stato da soli non ce la possono fare a rinsaldare la coesione sociale e a ricucire i rapporti fra cittadini e istituzioni. Una sana sussidiarietà, come quella portata avanti dall’idea riformatrice del terzo settore, sarebbe da parte del Parlamento un bel segnale.

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Anche questo articolo è inserito nel numero online di AVIS SOS di questa settimana disponibile a questo link. Buona lettura!

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