L’involontario: l’altruismo è ancora una virtù
20.07.2018

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L’altruismo è ancora una virtù

di Giulio Sensi

 

Uno dei più curiosi fenomeni socio-culturali di questo tempo riguarda la difficoltà di dare un nome ad una cultura che appare dilagante e che è fatta di negazione: negazione di logica, di buonsenso, di senso di solidarietà, di apertura, di rispetto dell’altro. Le negazioni vengono trasformate in “ismi” ricorrenti: “razzismo”, “fascismo”, o anche, in maniera dispregiativa, “buonismo” etc.

 

I social media hanno dato in mano ad ognuno di noi la possibilità di esprimerci, abbattendo alcune barriere: ma non è tanto il diritto di parola degli “imbecilli” -parafrasando la discussa frase di Umberto Eco- quanto la possibilità di creare tempeste di assolutizzazione di ogni fenomeno, credendo e facendo credere che un singolo fatto o storia e i loro “ismi” possano veramente svelare e spiegare un’epoca così complessa. Le storie non hanno mai un valore universale, ma sempre relativo alla rappresentazione che dell’universo diamo in quel momento.

 

È fin troppo facile affermare che l’Italia è diventata razzista perché la maggioranza degli italiani è contro la presenza di immigrati: non è così, c’è qualcosa di più profondo che fa da radice a una serie di “sensi comuni” che si esprimono, anche ingenuamente, in piazze pubbliche da facebook al bar. Non significa che il rancore sia solo una bolla mediatica: sta diventando veramente egemone una cultura che combatte tutti quei valori positivi che si erano faticosamente affermati nella seconda metà del ‘900. La crisi economica di inizio millennio ha sicuramente influito, ma c’è qualcosa di più profondo, c’è un sentimento sociale che non è fatto solo di conseguenze -rabbia, intolleranza, rancore, disfattismo, cinismo-, ma anche e soprattutto di cause. C’è, in altre parole, un sentimento distruttivo che sta erodendo appunto quei valori. Quali erano? Ed erano veramente così diffusi? Crediamo di sì, e in ogni caso seppur non praticati da tutti, era minoritaria quella parte di opinione pubblica che si faceva vanto della loro negazione: accoglienza, comprensione, solidarietà erano una virtù indiscussa, oggi stanno diventando qualcosa da combattere.

La politica c’entra in tutto questo, ma non c’è solo quella.

Ha scritto sul Corriere della Sera lo scrittore triestino Mauro Covacich: “La gente con cui mangiavo la pizza a Roma o a Ventotene o a Trieste non è diventata più paurosa, né più povera o più ignorante. È solo orgogliosamente egoista.

 

Al tempo dei comunisti e dei democristiani sarebbe stata una vergogna, ora è un diritto.

 

Sono stati proprio gli altri a liberarci dall’altruismo. Essere altruisti richiede un passaggio mentale complicato che nessuno è più disposto a sostenere, essere egoisti invece viene naturale, è facile e non costa nulla. Per aiutare il prossimo occorre credere in un progetto comune, condividere un ideale”. Ecco, credo che questo sia il senso profondo di ciò che stiamo vivendo: siamo prima di tutto più egoisti e l’egoismo è diventato un’orgogliosa virtù, come prima era l’altruismo. Se pensiamo che anche la cultura del dono e della donazione siano immuni da tutto questo, beh allora ci sbagliamo di grosso.

 

Continuiamo così, ad essere orgogliosamente altruisti perché ancora non abbiamo forse capito bene  quanto sia maledettamente importante donarsi agli altri.

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