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Terzo settore: un 2019 con almeno 3 trasformazioni
09.01.2019

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A pochi giorni dall’83^Assemblea generale, dedicata per intero all’adempimento degli adeguamenti della riforma del terzo settore, vi proponiamo il contributo che Luca Gori, esperto di terzo settore e docente presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ha scritto per l’ultimo numero cartaceo della nostra rivista AVIS SOS.

 

 

Terzo settore: un 2019 con almeno 3 trasformazioni

 

di Luca Gori   *

 

Se il 2016 è stato l’anno della legge-delega, il 2017 l’anno dell’emanazione del Codice e degli altri decreti legislativi ed il 2018 quella del suo perfezionamento (non senza qualche fibrillazione derivante dalle elezioni politiche), il 2019 è destinato ad essere l’anno dell’avvio di diverse «trasformazioni» del Terzo settore italiano.

Quasi sicuramente nel corso dell’anno non sarà istituito il Registro unico nazionale del Terzo settore e proseguirà il regime transitorio; la legge di bilancio per il 2019, probabilmente, costituirà l’occasione per ulteriori cambiamenti e ripensamenti da parte della politica. Tuttavia, fra luglio ed agosto scadranno i termini per l’adeguamento degli statuti delle ODV, delle APS, delle Onlus e delle imprese sociali. Da quel momento, si potranno iniziare a misurare e valutare alcune trasformazioni innescate dalla riforma.

La prima. L’adeguamento degli statuti è stato solo un processo “meccanico” di sostituzione delle vecchie clausole con quelle nuove obbligatorie dettate dal legislatore, oppure si è innescato, effettivamente, un percorso di ripensamento della missione degli enti, delle attività da compiere per raggiungerla, delle modalità con le quali le attività sono svolte, della governance? La risposta a questo quesito appare fondamentale. Se, infatti, il processo di modifica degli statuti sarà stata una ordinaria, banale manutenzione dello statuto, potremmo dire che la riforma ha fallito uno dei suoi obiettivi. Se, invece, ciascun ente avrà riaperto una discussione seria sul progetto di cambiamento della comunità che intende realizzare e avrà compiuto lo sforzo di scegliere liberamente una veste giuridica adeguata, allora potremmo dire che il Terzo settore è uscito rafforzato dalla “prova” della riforma.

La seconda trasformazione di cui dovremo prendere atto nel corso del 2019 riguarderà il modo in cui ciascun ente svolgerà e rendiconterà la propria attività. Il Codice fissa alcuni “paletti” a garanzia di adeguati livelli di trasparenza e pubblicità delle attività svolte (dall’obbligo di utilizzare una lingua comune per i bilanci di esercizio, al bilancio sociale, alla pubblicità di altri dati, ecc.). Ma essi non sono, in verità, né troppo impegnativi né troppo indicativi della realtà di fatto (il legislatore chiede di pubblicizzare molti dati, ma spesso non si chiede a quale fine e per chi…). La vera sfida posta dalla riforma è, invece, quella di valorizzare l’impatto sociale, chiedendo a tutti gli enti non semplicemente di svolgere attività di interesse generale, bensì di svolgerle in modo tale da lasciare entro la comunità di riferimento segni durevoli e tangibili di cambiamento in positivo. Ciò richiede che tale cambiamento sia dapprima immaginato, poi realizzato effettivamente ed infine misurato e reso conoscibile a tutti i portatori di interesse: donatori, utenti, istituzioni, cittadini, ecc. Nel corso del 2019, dovrebbero vedere la luce le linee guida per la realizzazione del bilancio sociale, del bilancio di esercizio e per la misurazione dell’impatto sociale. Partecipare a questo processo trasformativo sarà essenziale per tutti gli enti del Terzo settore.

La terza trasformazione riguarda – a mio giudizio – il volontariato. Nell’anno nuovo dovremo riuscire a mettere a fuoco questo tema, disciplinato in forma non chiarissima nel Codice. Al di là della definizione generale, infatti, molti aspetti puntuali dello status del volontario e dell’attività di volontariato sono decisamente oscuri (dall’iscrizione al registro dei volontari, al computo della prevalenza dell’attività dei volontari associati, ecc.). Eppure, la sfida vera non è tanto quella interna alla riforma (cioè della sua interpretazione o applicazione, potremmo dire), bensì quella esterna: si diffondono sempre di più nel nostro Paese gruppi spontanei, costituiti da singoli individui che liberamente si incontrano, intraprendono azioni solidaristiche, spesso ad alto tasso di innovazione, ma che sfuggono a qualsiasi qualificazione giuridica. Leggere la loro attività attraverso il Codice del Terzo settore fa apparire quest’ultimo – nonostante la sua giovane età – quasi vecchio ed obsoleto. Ecco, allora, che serve uno sforzo creativo non piccolo per riuscire a cogliere questi “germogli” di novità e incrementare il numero di cittadini attivi coinvolti nelle attività di interesse generali in forme, fino a qualche tempo fa, neppure immaginate. Basti pensare agli effetti delle piattaforme digitali.

Per una organizzazione come AVIS, queste tre dimensioni sono tutte presenti e si intersecano fra loro, determinando la necessità di grandi scelte e, ad un tempo, grandi opportunità. Con una aggiunta significativa, mi pare: AVIS nazionale è chiamata a farsi «rete associativa nazionale», assumendo un ruolo di infrastruttura a supporto delle attività dei livelli territoriali che il Codice le attribuisce, ed accompagnando i processi di trasformazione che si sono descritti. Per diffusione territoriale, capacità di mobilitazione e attività di interesse generale svolta, AVIS è candidata naturalmente a costituire un modello ed un laboratorio per l’intero Terzo settore italiano.

 

*docente Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

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