Cerca la tua sede

Trasfusioni sicure anche con globuli rossi vecchi
01.02.2019

Condividi su

Ogni minuto, in Italia, ci sono 1,25 trasfusioni, garantite da una donazione ogni tre secondi. Quantità enormi, che richiedono uno stoccaggio del sangue nei centri trasfusionali per essere pronti sia a rispondere alle esigenze «ordinarie» sia alle maxiemergenze, che richiedono una scorta dedicata nelle emoteche.

 

Di recente diversi studi hanno riportato alla ribalta il tema della conservazione del sangue, paventando l’ipotesi che le trasfusioni realizzate con sangue prossimo alla fine del periodo di conservazione possano portare a esiti negativi per i pazienti. In realtà le ricerche non hanno ancora dato risultati conclusivi e, anzi, i risultati confermano la sicurezza delle trasfusioni, ma il «Centro nazionale sangue» e le altre autorità regolatorie mondiali stanno seguendo con attenzione gli sviluppi delle ricerche su questo tema; se ci dovessero essere evidenze solide in favore di una modifica delle condizioni in cui si conservano gli emoderivati verrà iniziato il percorso per cambiare i protocolli.

 

Oggi i globuli rossi sono conservati fino a 42 giorni dalla data di donazione. Il processo è frutto di oltre un secolo di sviluppi nel settore ed è così che è possibile trasfondere più di 100 milioni di unità di sangue nel mondo, ogni anno, in modo sicuro ed efficace. Sappiamo anche che la conservazione delle unità in frigorifero (~4°C) per 42 giorni promuove una serie di processi biochimici che in parte alterano la fisiologia del globulo rosso: è un processo noto come «lesione da conservazione», evidenziato da una serie di analisi d’avanguardia. Alcune di queste «lesioni» influenzano la capacità dei globuli rossi di circolare dopo una trasfusione e rispondere allo stress ossidativo e osmotico a cui sono sottoposti nel sistema circolatorio del ricevente, ma ad oggi l’impatto di queste «lesioni» sulla sicurezza e sull’efficacia della terapia non è ancora ben chiaro.

 

Il dibattito sul tema dell’uso del sangue prossimo alla scadenza è stato influenzato da uno studio osservazionale di un decennio fa: Colleen Gorman Koch della Cleveland Clinic, negli Usa, riportò che la trasfusione di sangue conservato per più di due settimane era correlata ad un aumento del rischio di complicazioni post-operatorie e/o mortalità nei pazienti cardiochirurgici. Dieci anni dopo, però, cinque studi clinici randomizzati hanno dimostrato che le attuali pratiche trasfusionali non sono inferiori alla trasfusione esclusiva delle unità più «fresche» disponibili, confortando l’intero settore sulla totale sicurezza ed efficacia delle pratiche attuali. Intanto alcuni studi su modelli animali e studi clinici randomizzati hanno suggerito che la trasfusione di globuli rossi conservati per più di 35 giorni può aumentare il rischio di complicanze posttrasfusionali come il rischio settico o un danno polmonare acuto in alcune categorie di riceventi ad alto rischio.

 

Ulteriori meta-analisi dei dati, tuttavia, sembrano, ancora una volta, rassicurare sulla sicurezza di queste unità. Così, alla luce di tutte queste considerazioni, il settore trasfusionale si sta interrogando sulla necessità di rivisitare gli attuali standard europei ed americani per allinearsi con le pratiche già attuate in alcuni Stati nord-europei (per esempio l’Olanda), dove il sangue viene conservato fino a 35 giorni. La pratica, basata su un approccio di precauzione piuttosto che sulle evidenze dei dati clinici, potrebbe promuovere una drastica riduzione delle unità disponibili nelle banche del sangue con la conseguente incapacità di soddisfare la continua domanda di sangue. Ma quello della durata della conservazione non è l’unico aspetto legato alla sicurezza delle trasfusioni. Negli ultimi 10 anni, in parallelo agli studi sull’impatto clinico della durata del periodo di conservazione, una serie di studi ha posto l’accento sul ruolo della variabilità biologica del donatore e del ricevente e sull’impatto di questi fattori sull’efficacia e sulla sicurezza in quella che è stata definita una sorta di «rivoluzione copernicana» per il settore. Studi come il «Recipient Epidemiology and Donor evaluation Study» hanno dimostrato che fattori come genere, età ed etnia del donatore, o frequenza del numero di donazioni, influenzano la biologia dei globuli rossi conservati e, potenzialmente, l’impatto della terapia trasfusionale. Alla luce di tutte queste evidenze risulta quasi intuitiva la considerazione che i globuli rossi, come le persone, non «invecchino» tutti allo stesso modo.

 

I risultati dei trial clinici basati su questa prospettiva saranno essenziali punti di riferimento per l’aggiornamento delle linee-guida. I primi dati provocatori derivano da uno studio olandese, in cui si nota un aumento del rischio di mortalità in riceventi maschi trasfusi con unità donate da donne che hanno sostenuto almeno una gravidanza. Lo studio, tuttavia, ha incontrato notevole scetticismo: non è ancora chiaro, infatti, il suo valore statistico.

 

di Giancarlo Liumbruno e Angelo d’Alessandro (La Stampa, 22 gennaio 2019)

Attendi