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Perché i più poveri vendono il plasma? Il New York Times riapre il dibattito
15.02.2019

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Mentre in Italia la raccolta di plasma da donatori volontari e solidali aumenta, si riapre in un grande Paese come gli Stati Uniti il dibattito sui donatori di plasma a pagamento.
A farlo è nientemeno che il prestigioso New York Times, in un articolo dello scorso 1° febbraio.
Storie e testimonianze che fanno riflettere su come il corpo umano possa essere – specialmente tra i più poveri – fonte di profitto.
Tra le righe dell’articolo emerge la storia di Jacqueline Watson, mamma 46enne di un giovane condannato all’ergastolo. “Mi ha chiamato mio figlio stamattina dalla prigione, dicendomi che non aveva più soldi sulla sua scheda telefonica. L’unico modo che ho per procurarmeli è donare plasma”. In cambio di 30 dollari (26 euro), la sig.ra Watson sale sull’autobus e dopo un tragitto di 40 minuti arriva alla CSL Plasma: “L’unica cosa che mi porta qui sono i soldi”, confessa con un po’di amarezza.
A volte, la paga supera anche i 30 dollari, specialmente se si tratta della prima donazione (si può arrivare fino a 50 dollari). I programmi di fidelizzazione e di raccolta punti portano a ulteriori benefit.
Nei centri di raccolta plasma si possono trovare persone di tutti gli strati sociali, ma ciò che balza all’occhio è la netta preponderanza di uomini e donne delle classi più povere.
Heather Olsen, ricercatrice alla Case Western Reserve University, ha esaminato i dati relativi agli ultimi 40 anni dei centri di raccolta plasma scoprendo che “sono collocati in modo chirurgico nelle aree più povere delle città”.
Negli Stati Uniti, in alcuni casi è possibile donare plasma anche due volte a settimana, arrivando a oltre 100 donazioni all’annue. E il numero dei donatori e delle donazioni pro capite è in crescita.
Per alcune persone si tratta dell’unica entrata, o un’entrata basilare per fronteggiare le spese per la casa o per il cibo.
Uno studio scientifico del 2010 ha messo in correlazione l’elevato numero di donazioni di plasma americane con una minor presenza di proteine nel sangue e la conseguente possibile maggiore esposizione al rischio d’infezioni.
C’è poi un altro rischio, legato alla sicurezza per i pazienti. Sempre in accordo con lo studio della Olsen, un 13% dei donatori mentirebbe al momento della compilazione dei questionari d’idoneità, per poter comunque garantirsi i soldi pur non avendo i requisiti d’idoneità previsti.
Chissà se l’intervento del New York Times servirà a rimettere in discussione il modello finora utilizzato. Di certo può contribuire a rilanciare un dibattito che troppo spesso è condotto in sordina.

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