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In America il plasma si vende, ma un altro sistema è possibile
27.02.2019

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Andare a vendere il proprio plasma per potersi comprare il pane, o mettere la benzina alla macchina. Non è una scena tipica di qualche paese in via di sviluppo, ma quello che accade tutti i giorni nei 664 centri per la raccolta presenti negli Usa, dove appunto, a differenza del sistema italiano, che si basa sulla donazione volontaria e gratuita, i ‘donatori’ ricevono fino a 40 dollari per ogni procedura.
Ad indagare sui profili dei donatori americani è stato uno studio del Center for Health Care Research and Policy di Cleveland presentato recentemente all’International Health Congress organizzato dall’università di Oxford, che offre diversi spunti di riflessione in un momento in cui si dibatte molto su pregi e difetti dei due sistemi.
L’indagine presentata dalla ricercatrice Heather Olsen ha mostrato che chi va a donare il plasma negli Usa, dove sono ammesse fino a 104 donazioni l’anno contro le 17-20 (700-600 millilitri per donazione per un totale massimo di 12 litri di plasma all’anno per donatore) in Italia, in generale è un maschio di colore (l’84% del campione), di circa 35 anni e in circa il 60% dei casi disoccupato.
Per il 57% degli intervistati gli introiti ottenuti dal plasma sono più di un terzo di quelli totali del mese, e un dato particolarmente preoccupante è che il 13% degli intervistati ha dichiarato di aver ingannato gli operatori del centro per poter donare pur senza averne i requisiti. Questi dati si riflettono bene nelle risposte alla domanda su come vengono spesi i soldi. Quasi il 50% ha dichiarato di usarli per comprare cibo, poco più del 40% per ‘spese generali’, poco meno del 40% (erano possibili più risposte) per la benzina e scorrendo le risposte c’è persino (il 5%) chi dichiara di usarli per ‘droghe da strada’.
Da un punto di vista industriale il sistema americano è sicuramente un successo, con un volume d’affari di 20 miliardi di dollari l’anno e una produzione che è il 70-80% di quella mondiale, a cui anche l’Italia si rivolge per coprire quel 25-30% di plasmaderivati che mancano, ma è evidente che dal punto di vista etico ci sono forti dubbi su un mondo in cui si è costretti, o comunque fortemente invogliati, a vendere una parte del proprio corpo per riuscire a fare la spesa. Inoltre proprio i dati italiani sulla raccolta del plasma relativi al 2018, appena pubblicati dal Centro Nazionale Sangue, dimostrano che ‘un altro sistema è possibile’.

 

Una questione che è anche etica e di sicurezza

 

Nel nostro paese i donatori di plasma, con appena 2,1 donazioni l’anno di media, riescono già a garantire una buona parte dei farmaci plasmaderivati, spesso salvavita, necessari ai pazienti italiani. Nel 2016 è stato varato il Programma Nazionale Plasma che impegna le Regioni ad aumentare gradualmente la raccolta per avvicinarsi maggiormente all’indipendenza “strategica” dal mercato nordamericano nel 2020, ma lo sforzo richiesto non è immane, anzi.
Se si riuscisse a portare la cifra media annua a 3, con un aumento delle donazioni di chi già sceglie questa forma o indirizzando alcuni dei donatori di sangue anche a questa tipologia, l’obiettivo sarebbe alla portata, salvaguardando anche l’aspetto della volontarietà che non solo dal punto di vista etico, ma anche della sicurezza, è quello che qualifica il sistema italiano.

 

 

di Giancarlo Liumbruno
Direttore Centro Nazionale Sangue

 

articolo comparso su AGI, 20 febbraio 2019

 

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