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La storia di Ioana: donare fa bene agli altri e a se stessi
29.11.2019

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Compiere un gesto di generosità come la donazione del sangue significa aiutare concretamente e in modo disinteressato persone che ne hanno bisogno, ma anche prendersi cura di se stessi tenendo sotto controllo la propria salute. È questo il messaggio che vuole trasmettere Ioana Fumagalli, 43 anni, milanese, alla quale abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia.

 

Quando si è avvicinata alla donazione di sangue e in particolare all’Avis?

In famiglia ho sentito parlare di Avis fin da giovane perché alcuni miei parenti erano già donatori da tantissimi anni. Poi ho avuto occasione di conoscerla direttamente e dall’interno diversi anni fa quando Amref, l’ONG per cui lavoravo, curò proprio in collaborazione con la vostra associazione un bellissimo progetto per diffondere le vaccinazioni in Nord Uganda. L’idea di farne parte in prima persona diventando donatrice mi è venuta più volte, ma ho preso questa decisione circa un anno e mezzo fa, dopo i 40 anni. Sono molto contenta di aver finalmente cominciato e mi fa piacere poter donare ancora per oltre 20 anni. Nel frattempo continuo a lavorare nel terzo settore, nell’associazione SOS villaggi dei bambini che si occupa di bambini privi di cure familiari insieme al tribunale dei minori.

 

C’è un motivo particolare per cui ha deciso di donare il sangue?

In generale mi sembrava importante dare il mio contributo. Inoltre, durante il mio primo parto, ho avuto bisogno di una sacca di sangue e in quell’occasione ho potuto toccare con mano il senso più profondo della donazione: quell’insostituibile trasfusione era, infatti, frutto di un atto di generosità compiuto da qualcun altro. La decisione di diventare io stessa una donatrice è poi maturata piano piano negli anni, non per una causa specifica, ma perché ho capito che non c’era alcun motivo per non farlo.

 

Questa sua generosità ha aiutato anche lei, vero?

Sì. Ero convinta di essere io a dare qualcosa di mio agli altri, ma da Avis ho ricevuto altrettanto. Durante la mia ultima donazione, infatti, ho fatto presente che avvertivo delle tachicardie soprattutto alla fine della giornata. Pensavo che non fosse nulla di grave, anche perché conduco una vita molto attiva tra i miei figli e il lavoro che spesso mi impegna fino a tardi. I dottori del centro di raccolta, però, mi hanno consigliato di sottopormi a esami più approfonditi e un ecocardiogramma ha evidenziato che avevo una malformazione al cuore. Da piccola, fino agli otto anni, avevo sofferto di cuore e, per questo, ero seguita dai medici dell’ospedale Niguarda in cui mi recavo circa una volta al mese. Dopo gli otto anni, tuttavia, il problema sembrava essersi risolto e ho sospeso i controlli. Ho fatto tanti altri elettrocardiogrammi nel corso della mia vita, ma soltanto il recente ecocardiogramma ha permesso di evidenziare che c’era ancora una problematicità. Proprio grazie ai medici di Avis, davvero molto professionali, in questo periodo mi sto sottoponendo ad altri esami, tra i quali una risonanza magnetica, per chiarire se le tachicardie sono legate alla mia malformazione e se sarà necessario un piccolo intervento al cuore per risolvere questo problema.

 

In conclusione, cosa si sente di dire a chi vorrebbe o potrebbe donare, ma non si è ancora deciso a farlo?

Che la donazione è un atto giusto nei confronti della società, segno di altruismo e filantropia, ma entrare in contatto con realtà come Avis è anche un modo per avvicinare le persone alla medicina. Il donatore, infatti, incontra dottori che tengono costantemente monitorata la sua salute e ne incoraggiano la prevenzione a 360 gradi, con benefici per chi dà e per chi riceve.

 

Intervista di Alissa Peron

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