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Coronavirus, a Pavia la sperimentazione con il plasma iperimmune. Briola: «La vera sfida sarà produrre immunoglobuline specifiche»
30.03.2020

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Utilizzare il plasma iperimmune dei pazienti guariti per curare quelli affetti da Coronavirus. È l’obiettivo del protocollo sperimentale che è stato avviato nei giorni scorsi al policlinico San Matteo di Pavia.

 

A condurre lo studio è l’equipe del dottor Cesare Perotti, responsabile del servizio di Immunoematologia e Medicina trasfusionale della struttura ospedaliera. Lo scorso febbraio avevamo seguito e approfondito la notizia su questo tipo di sperimentazione avviata proprio in Cina, Paese da dove si era generata la pandemia (una procedura utilizzata già nel 2014 per debellare il virus Ebola). Il direttore del Centro nazionale sangue, Giancarlo Liumbruno, l’aveva definita come una «terapia empirica non ancora supportata da evidenze scientifiche» e, la scorsa settimana, avevano fatto scalpore alcune dichiarazioni del professor Walter Ricciardi, membro dell’esecutivo dell’Oms e consulente del ministero della Salute, sulla presunta, a suo dire, «scarsa sicurezza dei plasma derivati». Ma cosa prevede lo studio in corso a Pavia?

 

Grazie alla procedura di plasmaferesi, il plasma viene prelevato dai pazienti la cui guarigione dal Coronavirus sia stata accertata da due tamponi con esito negativo effettuati nei due giorni successivi alla donazione. Il motivo del prelievo è dato dagli anticorpi che, i pazienti in questione, hanno sviluppato durante il periodo della malattia: una volta prelevato, il plasma viene infuso nei pazienti con sintomi, ricoverati in terapia intensiva. Tre, da circa 250-300 ml, sono le trasfusioni di plasma a cui verranno sottoposti i pazienti in cinque giorni.

 

«Lo studio in corso a Pavia è un’ulteriore dimostrazione dell’impegno che il mondo della ricerca sta attuando per trovare terapie contro il Coronavirus – spiega il presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola – Tuttavia è bene ricordare che si tratta di una fase sperimentale, quindi occorre cautela prima di sbilanciarsi nel riconoscerne l’assoluta affidabilità. Medici e ricercatori, in questo periodo storico così delicato, stanno compiendo un lavoro straordinario: diamo loro tempo di sviluppare una procedura terapeutica certa».

 

Possiamo però ribadire, e questa sperimentazione non fa eccezione, quanto sia prezioso per la sua versatilità il plasma: «Assolutamente sì. La risposta dei donatori agli appelli di quest’ultimo periodo è stata straordinaria. Continuare a prenotare le donazioni, anche del plasma, è importante non solo per garantire nuove sperimentazioni, ma anche per assicurare produzione di farmaci salvavita per migliaia di pazienti. Anche perché la trasfusione di plasma ai pazienti è solo un primo passo iniziale: la vera sfida sarà produrre immunoglobuline in plasma derivazione industriale che possano essere utilizzate come terapie, ma soprattutto come profilassi per pazienti fragili o con immunodeficienze o malattie oncologiche. Una sfida che vedrà impegnati tutti gli attori scientifici e della ricerca: l’Italia ha dimostrato di avere gli strumenti e le capacità, ma anche l’associazione sul territorio».

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