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“Il dono dei guariti contro la pandemia”, il presidente Briola alla conferenza streaming su DonatoriH24.it
17.04.2020

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Colmare il gap della produzione di farmaci plasmaderivati che separa il nostro Paese dall’autosufficienza e ricavare immunoglobuline specifiche per combattere il Coronavirus.

 

Sono solo alcuni dei temi e degli obiettivi su cui quattro dei massimi esperti italiani in questo ambito si sono confrontati nel corso della video conferenza streaming di giovedì 16 aprile sul sito www.donatorih24.it.

 

La tavola rotonda a distanza, intitolata “Il dono dei guariti contro la pandemia. Plasma e anticorpi nella sfida al Coronavirus” e moderata dal direttore di DonatoriH24, Luigi Carletti, ha visto intervenire il presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola, insieme al direttore del Centro nazionale sangue, Giancarlo Maria Liumbruno, al direttore del Servizio trasfusionale dell’ospedale Carlo Poma di Mantova, Massimo Franchini, e al direttore Ricerca e sviluppo dell’azienda farmaceutica Kedrion Biopharma, Alessandro Gringeri.

 

Dall’efficacia della sperimentazione del plasma iperimmune sul Coronavirus al ruolo che i donatori potranno avere in tutta questa situazione, l’incontro è servito per fare chiarezza anche su come il sistema sangue italiano si dovrà organizzare per il “reclutamento” dei donatori, per così dire, “speciali”. Su quest’ultimo tema, come ha spiegato il direttore del Cns, Giancarlo Maria Liumbruno, «ad oggi ancora non possiamo avere un protocollo clinico comune, in quanto molte regioni si sono mosse preventivamente in autonomia. Tuttavia, da qui in avanti la casistica ci consentirà di raggiungere quanto prima soluzioni terapeutiche più consolidate».

 

E che l’Italia sia, a tutti gli effetti, l’apripista di questo percorso lo ha riconosciuto anche la Commissione Europea che, come spiegato dallo stesso Liumbruno, «ha voluto stilare delle linee guida sulle quali abbiamo fornito precise indicazioni, visto che questo trattamento è stato esteso anche ad altri Paesi europei». Il direttore del Cns ha poi voluto sottolineare due aspetti in particolare: il primo riguardante la «difficoltà attuale nell’ipotizzare di poter concentrare le forze per curare tutti i pazienti», e il secondo sull’obiettivo di «utilizzare il plasma non solo per il trattamento acuto come si sta facendo ora, ma per ricavarne immunoglobuline specifiche così da debellare la pandemia».

 

 

Un traguardo, questo, per il quale giocano un ruolo chiave i donatori: «Non esiste una correlazione tra l’attività trasfusionale e la trasmissione del virus – spiega il presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola, in merito alla richiesta che molte persone avevano presentato sulla possibilità di effettuare tamponi o test sierologici prima di donare – quindi non ci sono evidenze cliniche che giustifichino esami particolari per l’individuazione del Covid. Tuttavia siamo disponibili a studiare una campagna di sensibilizzazione per far donare il plasma ai guariti, ma deve restare una fase iniziale: nessuno può augurarsi di continuare in questo modo, piuttosto è importante sviluppare un percorso di lavorazione che porti a estrarre dal plasma immunoglobuline specifiche per la cura del Coronavirus».

 

In linea con quella periodicità della donazione che rappresenta la miglior garanzia di sicurezza per un plasma sicuro sia in periodi normali che per i pazienti colpiti dal virus. Nel frattempo, però, qualcosa si sta muovendo.

 

Nel corso della video conferenza, infatti, il professor Alessandro Gringeri, Chief Medical e R&D Officer di Kedrion Biopharma, ha annunciato che «nel prossimo autunno potremmo avere la prima sperimentazione, in virtù di un pool di donatori convalescenti da cui ricavare il plasma necessario. Un periodo che oscilli tra i quattro e i sei mesi è inevitabile da attendere, ma siamo fiduciosi».

 

Più cauto il dottor Massimo Franchini, direttore del Servizio trasfusionale dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che, insieme al policlinico San Matteo di Pavia, è stato tra i primi centri ospedalieri autorizzati alla sperimentazione: «Considerare quella attuale una risposta efficace può essere prematuro. Diciamo che si tratta di una terapia emergenziale così come è avvenuto in passato per altre epidemie per le quali non c’è un trattamento specifico. Ad oggi, il protocollo approvato dal ministero della Salute, prevede il reclutamento di 43 pazienti che stiamo curando insieme al centro di Pavia, ma già pensiamo ad estendere la terapia a 200 persone».

 

Una sperimentazione che, come lo stesso Franchini ribadisce, «prevede l’infusione nei pazienti in fase critica con problemi respiratori, intubati o ventilati. Tutto questo avviene grazie ai donatori e, nella fattispecie, ad AVIS, visto che la maggior parte dei nostri donatori è iscritta alle sedi del territorio, in particolare della provincia di Mantova, e una volta approvato il protocollo si sono subito resi disponibili ad aiutarci».

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