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Raccolta sangue e plasma: bilanci e previsioni future con il direttore del Cns, Giancarlo Liumbruno
31.07.2020

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Archiviato il primo semestre del 2020, è tempo di bilanci e di previsioni su quanto la raccolta di globuli rossi e plasma riuscirà, per la parte restante dell’anno, a soddisfare bisogni e obiettivi fissati dal nostro Sistema sangue. La diffusione del Covid-19 ha rappresentato un momento estremamente critico non solo per quel che riguarda le riorganizzazioni ospedaliere, rese necessarie per far fronte all’emergenza, ma anche per l’intera attività trasfusionale.

I mesi di maggio e giugno hanno segnato una fase di ripresa, seppur lieve, nella raccolta di plasma, soprattutto con la procedura in aferesi. Numeri che, proprio alla luce dei mesi di maggiore incidenza della pandemia, fanno comunque ben sperare Giancarlo Liumbruno con il quale, in occasione della conclusione del suo mandato come direttore del Centro nazionale sangue, abbiamo voluto fare un bilancio di questa prima metà dell’anno e gettare uno sguardo verso i prossimi mesi del 2020.

 

Dottor Liumbruno, i dati di giugno indicano una ripresa della raccolta del plasma: da cosa è dipeso?

«La raccolta in aferesi non è mai diminuita, nemmeno nei mesi più difficili per la pandemia. Quella del plasma da frazionamento è attribuibile al calo delle donazioni di globuli rossi. Tutto sommato, possiamo dire che il trend si è comunque confermato positivo, abbiamo recuperato l’incertezza iniziale come ci aspettavo che avvenisse e, a oggi, registriamo anche delle eccedenze, in particolare per i globuli rossi».

 

Possiamo dire che la fase critica sia superata?

«Al momento, dati alla mano, direi di sì. È chiaro che, essendo ormai in agosto, che da sempre rappresenta un periodo tradizionalmente critico per quantità di raccolta, dovremo effettuare un monitoraggio sempre più stretto delle singole necessità. Mi auguro che la flessione non si registri o, quantomeno, che venga contenuta».

 

Parlavamo delle differenze tra plasma da frazionamento e aferesi: cosa dobbiamo aspettarci da qui in avanti e quanto siamo in linea con gli obiettivi per il 2020?

«Oggi è difficile fare previsioni a lungo termine, perché non siamo in grado di stabilire con certezza se e quali saranno i prossimi eventi epidemiologici. I numeri della raccolta plasma sono in risalita, quindi tutto questo ci lascia pensare che la situazione sia sotto controllo e in linea con gli obiettivi da raggiungere. Se il bilancio finale dovesse essere un po’ più basso di quanto preventivato, sapremo a cosa sarà stato dovuto, ma di certo non a causa di mancanza di organizzazione o di donatori».

 

Il mercato dei farmaci plasmaderivati vede l’Europa dipendere ancora dagli Usa: nei giorni scorsi c’è stato un appello all’UE proprio per sostenere raccolta e donatori. A che rischi andiamo incontro?

«Il coinvolgimento e il sostegno da parte dell’Europa è fondamentale, soprattutto in vista di una possibile flessione dei farmaci plasmaderivati in un mercato che, ancora, vede gli Stati Uniti davanti ad altri Paesi. Tuttavia, proprio gli Usa stanno vivendo in questo momento una fase estremamente critica a causa della pandemia e tale situazione potrebbe generare difficoltà anche in Europa in ottica di approvvigionamento. Ecco perché è importante continuare nel percorso già intrapreso e cercare di centrare il più rapidamente possibile l’autosufficienza che ci permetterebbe di avere una produzione nostra di farmaci plasmaderivati su cui fare affidamento».

 

In termini di globuli rossi, invece, il calo si sta facendo ancora sentire.

«L’origine va individuata nella diminuzione delle donazioni nel periodo del lockdown dovuta anche a un ridotto bisogno che le strutture ospedaliere hanno avuto in quei mesi. Però, proprio perché anche i consumi sono stati ridotti, possiamo dire di essere in sostanziale equilibrio. A parte la prima decade di marzo non abbiamo mai avuto momenti di crisi e, addirittura, abbiamo delle eccedenze in alcune regioni».

 

Proprio in termini di eccedenze, quanto gli accordi di compensazione interregionale giocano un ruolo chiave?

«La compensazione è la base dell’autosufficienza nazionale. Che avvenga in maniera programmata o in fase emergenziale, le unità donate da alcuni territori ad altri sono la chiave per garantire a tutti in ogni momento le terapie necessarie».

 

La possibile nuova recrudescenza del virus potrebbe farci ripiombare nella confusione dei mesi scorsi?

«Qualora dovesse ripresentarsi, e oggi non siamo ancora in grado di confermarlo o smentirlo con certezza, credo che quanto affrontato nei mesi scorsi abbia rappresentato un bagaglio di conoscenza e di esperienze che ci porteremo dietro per il futuro. Dal distanziamento sociale alla prenotazione e programmazione delle donazioni, i vari centri trasfusionali saranno in grado di rimettere in piedi tutto questo, ovviamente con la speranza che non ce ne sia bisogno».

 

Il Covid-19 ci ha lasciato una lezione però: programmare l’attività trasfusionale è la chiave per un sistema sempre più solido e funzionale. Possiamo dirlo?

«Assolutamente sì. Si tratta della strategia migliore per garantire un flusso costante ed evitare picchi di accessi ai centri trasfusionali che non servono. Dobbiamo tener presente che ogni giorno 1800 pazienti necessitano di trasfusioni, quindi la necessità di avere scorte sufficienti c’è sempre: ecco perché, e la pandemia ne è stata l’ulteriore dimostrazione, è importante abbandonare il concetto dell’emergenzialità e consolidare quello della programmazione. Un modo, visti gli eventi recenti, anche per garantire i livelli di sicurezza per donatori e personale sanitario all’interno delle strutture trasfusionali».

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