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Covid-19, influenza e malattie cardiovascolari: il ruolo strategico degli anticorpi
09.10.2020

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Ci ha pensato uno studio del Centro cardiologico Monzino di Milano a darne conferma: sviluppare gli anticorpi contro l’influenza protegge dal Covid-19 e contribuisce a ridurre il numero di ricoveri in terapia intensiva e di decessi.

 

La ricerca, pubblicata sulla rivista Vaccines, ha mostrato infatti come, nei mesi della pandemia, le regioni italiane con un tasso maggiore di copertura vaccinale tra gli over 65 avessero registrato un numero ridotto di contagi, così come di accessi ai pronto soccorso. Un’indagine che quindi confermerebbe come sviluppare gli anticorpi contro l’influenza non solo contribuirebbe ad evitare di confondere i sintomi con quelli del virus, ma addirittura anche a proteggersi dal virus stesso. Un dato non da poco di fronte alla nuova ondata di contagi che sta caratterizzando il nostro Paese e altri territori europei e che sembra perfettamente in linea con gli obiettivi della campagna antinfluenzale lanciata da AVIS Nazionale lo scorso 25 settembre.

 

Lo studio ha stimato che un aumento dell’1% nella copertura vaccinale tra le persone al di sopra dei 65 anni equivale a circa 140mila dosi sul territorio nazionale: una quantità che avrebbe potuto evitare oltre 78mila contagi, quasi 3mila ospedalizzazioni e ricoveri in terapia intensiva e quasi 2mila decessi. In pratica, dalle conclusioni che si leggono nella pubblicazione, «il tasso di copertura vaccinale antinfluenzale regionale è inversamente associato agli indici di diffusione della SARS-CoV-2 e alle conseguenze cliniche. Dato che la vaccinazione antinfluenzale è un intervento sicuro già raccomandato dal Servizio Sanitario Italiano per le persone di età pari o superiore a 65 anni, i dati sono a favore del potenziamento della copertura vaccinale antinfluenzale (almeno in questa fascia di popolazione, che attualmente è dal 37 al 67%) per raggiungere il tasso di copertura raccomandato e garantire ulteriori indagini per valutarne l’efficacia come intervento adiuvante nella lotta contro la pandemia».

 

Tra gli ambiti della medicina più colpiti dal Covid-19 c’è stata la cardiologia. Nei giorni scorsi si è celebrato il World Heart Day, la Giornata mondiale del cuore. Promosso dalla WHF (la Federazione mondiale per il cuore) questo appuntamento, in particolare in un anno così delicato, è servito per ribadire come le persone affette da coronavirus e malattie cardiache siano tra quelle a più alto rischio di morte o di sviluppare forme gravi. Il cuore infatti, a seguito degli attacchi del Covid, potrebbe essere compromesso anche in coloro che non sono alle prese con patologie di questo tipo. Un fenomeno reso ancor più complicato dal sentimento di paura che, nei mesi della pandemia, ha portato a un brusco calo delle visite ospedaliere da parte dei pazienti cardiopatici per le cure di routine e di emergenza.

 

La Giornata del cuore 2020 è stata diversa proprio per il momento storico in cui è ricaduta. Ha voluto mettere la salute pubblica al centro dell’attenzione proprio mentre tutti siamo impegnati ad affrontare la sfida della pandemia e il peso fisico, emotivo ed economico che essa comporta. Come ha spiegato la presidente della WHF, Karen Sliwa, «in questi tempi difficili, è fondamentale prestare particolare attenzione a chi è più a rischio di complicazioni da Covid-19 e capire meglio come il virus stia colpendo il cuore di persone altrimenti sane. La pandemia ha creato una tempesta perfetta in cui le persone con malattie cardiovascolari soffrono e chi ne è a rischio non cerca le cure di cui ha bisogno per mantenere sano il proprio cuore. Il cuore e l’intero sistema vascolare sono in pericolo e bisogna agire subito. Il mondo non viveva un evento globale di queste proporzioni da decenni, oggi abbiamo un’opportunità unica di unirci, di mobilitare le nostre capacità e di usare il nostro cuore per agire».

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