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Autosufficienza: il modello Italia e la situazione europea

Il tema è stato al centro del webinar organizzato da AVIS Nazionale e che è servito per delineare nuove strategie per il raggiungimento di obiettivi comuni a tutti i Paesi dell’area UE. Primo tra tutti, l’indipendenza nel mercato dei farmaci plasmaderivatiIl tema è stato al centro del webinar organizzato da AVIS Nazionale e che è servito per delineare nuove strategie per il raggiungimento di obiettivi comuni a tutti i Paesi dell’area UE. Primo tra tutti, l’indipendenza nel mercato dei farmaci plasmaderivati

 

La sfida che occorre affrontare e vincere insieme è quella del plasma. In particolare, il raggiungimento dell’autosufficienza da farmaci plasmaderivati, l’unica strada che renderà l’Italia e gli altri Paesi dell’area UE indipendenti nel mercato di questi medicinali salvavita. È il coro unanime lanciato da “Obiettivo: autosufficienza. Le comunità di donatori protagoniste di una strategia comune”, il nuovo webinar del ciclo Be Good organizzato da AVIS Nazionale.

 

Moderato dalla componente dell’Esecutivo della nostra associazione, Alice Simonetti, l’incontro ha offerto una preziosa occasione di confronto per porre l’accento sulla sinergia tra diversi modelli trasfusionali europei attraverso il dono etico, volontario, periodico e associato. Il tutto ribadendo ancora una volta il ruolo straordinario che il mondo del Terzo Settore ha ricoperto durante la pandemia. Ma che bilancio possiamo tracciare? Qual è la situazione in Europa? A che punto sono le politiche comunitarie e, soprattutto, cosa è necessario fare perché l’autosufficienza venga garantita una volta per tutte? A queste e altre domande hanno risposto gli ospiti intervenuti al webinar, prima tra tutti la deputata europea, Simona Bonafè, componente della Commissione Ambiente e Salute Pubblica: «La donazione rappresenta un gesto prezioso non solo come soluzione medica, ma come alleato essenziale in ambito farmacologico. A livello europeo la strategia vuole assicurare il valore etico degli emocomponenti in ogni territorio continentale. Nel corso della pandemia AVIS ha dimostrato quanto la donazione motivata sia fondamentale, una scelta rilanciata anche dal World Blood Donor Day celebrato lo scorso 14 giugno. La Commissione Europea ha proposto una revisione alla direttiva sul sangue in vigore dal 2002: troppe cose sono cambiate, quindi la legislazione va rivista, nonostante l’attenzione alla sicurezza del donatore venga assicurata ovunque. L’armonizzazione tra gli stati membri è necessaria per diventare indipendenti in merito all’approvvigionamento degli emocomponenti».

 

Che la pandemia abbia rafforzato sia l’impegno associativo che il concetto di sussidiarietà, è stato rivendicato sia dal presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola, che dal direttore del CNS, Vincenzo De Angelis, nei loro interventi: «Un accordo sempre più forte con le istituzioni nazionali e regionali è fondamentale per rispondere al consumo crescente previsto per il futuro. Fissare degli obiettivi con le singole Regioni è strategico per incrementare la raccolta di plasma, perché c’è troppa differenza tra i territori. In questo sarà fondamentale il supporto della Commissione Europea. Il valore etico della donazione è ciò che ha reso solido il nostro sistema rispetto ai Paesi dove questo gesto prevede una retribuzione – hanno spiegato – L’aspetto pubblico di questa scelta deve portarci a guardare all’autosufficienza come un obiettivo a cui lavorare insieme. Tutti, nessuno escluso». Per incrementare la raccolta è necessario anche che tutti i Paesi europei allarghino la possibilità di donare, per esempio, alle persone omosessuali di sesso maschile. È stata questa la richiesta presentata dal presidente della FIODS (la Federazione internazionale delle organizzazioni dei donatori di sangue), Gianfranco Massaro: «Sono 18 gli Stati, su 27 totali, che vietano questo tipo di donazione. L’autosufficienza di globuli rossi è garantita solo nell’Europa occidentale, per questo serve l’impegno di tutti, anche con progetti piccoli ma mirati, per aiutare quelle nazioni che sono più indietro rispetto a noi in termini di approvvigionamento».

 

Alla base di ogni decisione intrapresa, tuttavia, devono esserci i professionisti. Su questo tema si è concentrato l’intervento del presidente della SIMTI (la Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia), Francesco Fiorin: «Associazioni, istituzioni e medici rappresentano le cosiddette “tre gambe” su cui si regge il nostro sistema. Troppo spesso si dà per scontata la disponibilità di emocomponenti e professionisti, quando invece non è così e la pandemia lo ha confermato. L’università italiana non prevede specializzazioni in medicina trasfusionale e questo comporta periodi troppo lunghi di insegnamento sul campo. La medicina trasfusionale non è solo raccolta: è assistenza, attività specialistica, cure oncologiche o avanzate come nel caso della Car-T. Non c’è attività sanitaria italiana dove non entri quella trasfusionale: non possiamo più aspettare, il Covid ci ha fatto capire che pazienti e donatori hanno bisogno di risposte che dobbiamo fornire subito».

 

Che nulla sarebbe possibile senza l’apporto dei volontari è stato ribadito dal membro della Direzione generale per la salute e la sicurezza alimentare della Commissione europea, Stefaan Van Der Spiegel. Nel suo intervento, oltre a ribadire l’impegno politico per la sicurezza, la qualità e l’efficienza della fornitura, Van Der Spiegel ha rivendicato i progressi che, grazie alla legislazione recente, sono stati compiuti rispetto agli anni ’90, e ha annunciato «una proposta al Parlamento europeo per l’attuazione di interventi ulteriori per assicurare l’indipendenza dagli USA per i farmaci plasmaderivati, un’esigenza riscontrata in più parti dell’area UE e che ci renderà più forti sotto ogni aspetto». Un gesto, quello della donazione, il cui valore rientra tra i diritti umani sia per chi lo compie che per chi lo riceve. È stato il concetto espresso dal componente del Direttorato dei diritti umani del Consiglio d’Europa, Lorenzo Montrasio: «La donazione etica e non remunerata rappresenta l’unico modo per evitare lo sfruttamento delle persone più deboli, a differenza di quanto avviene dove è prevista una retribuzione. Sarebbe la più grave violazione dei diritti umani, motivo per cui è necessario che la Convenzione di Oviedo completi il suo iter legislativo nei Paesi in cui è fermo».

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