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Così all’università di Modena e Reggio Emilia si combattono i tumori del sangue

Un passo avanti importante nella ricerca scientifica per il trattamento di mielofibrosi e leucemie acute. Ora sarà possibile capire in anticipo l’evoluzione delle neoplasie ed effettuare interventi sempre più personalizzati

 

Capire la gravità e l’evoluzione delle neoplasie croniche del sangue da oggi potrebbe non essere più impossibile. È ciò su cui sta lavorando un team di ricercatori dell’università di Modena e Reggio Emilia, coordinato dalla professoressa Rossella Manfredini del Centro di Medicina Rigenerativa (Cmr) “Stefano Ferrari”.

Lo studio, pubblicato sull’American Journal of Hematology, tratta delle alterazioni molecolari che colpiscono la cellula staminale emopoietica e causano l’evoluzione di neoplasie del sangue croniche come la mielofibrosi in leucemie acute rapidamente fatali. La mielofibrosi è un tumore per cui non esiste una cura definitiva. Attraverso l’impiego di nuove tecnologie a singola cellula, che analizzano nel loro insieme il genoma, il trascrittoma e l’accessibilità cromatinica, è oggi possibile studiare i meccanismi di trasformazione leucemica in modo dettagliato, identificando pertanto nuovi potenziali bersagli terapeutici.

Il team di ricerca

La ricerca, una delle prime a livello mondiale su questo argomento, è stata sostenuta da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, in collaborazione con il gruppo del professor Alessandro Vannucchi, dell’Università di Firenze, e del professor Matteo Della Porta, di Humanitas University. Lo studio ha analizzato a livello di singola cellula, nelle cellule staminali di mielofibrosi, le alterazioni che portano la trasformazione di questa malattia cronica in leucemia acuta, la più frequente causa di morte per questa patologia, in quanto non risponde ai trattamenti terapeutici convenzionali.

Come ha spiegato la professoressa Manfredini, «attraverso questo studio è stato possibile osservare come i cloni di cellule staminali che guidano la trasformazione leucemica siano caratterizzati da mutazioni e variazioni nel numero di copie di alcuni geni fondamentali per una corretta emopoiesi. Pertanto, siamo riusciti ad individuare, in una casistica di pazienti relativamente ampia, nella fase cronica della malattia, cloni cellulari leucemici che sono presenti anche in piccolissima percentuale e che poi si espandono durante la progressione della malattia. IN questo modo possiamo classificare i pazienti ad alto rischio di trasformazione e prevedere una prognosi più accurata con la possibilità di identificare nuovi bersagli per lo sviluppo di terapie mirate per uno specifico paziente nell’ottica di una medicina personalizzata».

«Ricostruire l’architettura clonale della popolazione tumorale staminale – aggiunge la dottoressa Chiara Carretta, coautrice dell’articolo – determinata dall’acquisizione progressiva di mutazioni patogenetiche nel DNA, e come questa popolazione si diversifica ed evolve nel tempo, ci consente di comprendere i meccanismi molecolari alla base dell’insorgenza e della trasformazione leucemica delle neoplasie mieloproliferative».

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