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Così AVIS vuole educare a un linguaggio inclusivo

Nel corso del convegno “La forza delle parole” dello scorso weekend a Milano giornalisti, accademici e specialisti della comunicazione si sono incontrati per spiegare quanto le parole possano essere veicolo di odio e discriminazione. Un momento per confrontarsi e individuare insieme le migliori strategie per dialogare in particolare attraverso i social network

 

Capire l’importanza delle parole e fare i conti con un contesto linguistico ormai cambiato e che, nei social network, vede una potentissimae quindi spesso assai pericolosacassa di risonanza. Di questo e molto altro si è discusso durante “La forza delle parole”, il convegno organizzato lo scorso sabato 28 gennaio a Milano da AVIS Nazionale in collaborazione con il Gruppo delle Buone Prassi, il progetto che riunisce addetti stampa e referenti della comunicazione a diversi livelli associativi.

Moderato dal coordinatore del Gruppo, il professor Andrea Volterrani, l’evento (di cui qui di seguito è possibile vedere la registrazione completa) ha rappresentato una preziosa occasione per spiegare, grazie agli interventi di giornalisti, accademici e professionisti del settore (a questo link è possibile consultare le slide mostrate durante la giornata), quanto sia importante utilizzare correttamente le parole e quanta forza racchiudano in particolare sotto l’aspetto dell’odio e dell’intolleranza. Dalla sfera pubblica a quella privata, dalle fake news agli attacchi agli addetti ai lavori che quotidianamente fanno informazione sul campo, il convegno ha provato a individuare un tema centrale: quello del linguaggio corretto alla cui base devono esserci le regole del comportamento e del vivere comune. Lo ha spiegato lo stesso Volterrani che, dopo i saluti iniziali del presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola, ha sottolineato quanto «la violenza sia stata chiusa nel privato per poi esplodere nel pubblico. Ogni volta che accediamo a una piattaforma social – ha detto – entriamo in un paradosso in cui apparentemente siamo convinti di trovarci in una sfera esclusiva di ciascuno di noi, ma che allo stesso tempo è aperta a tutti. Siamo noi che mostriamo al mondo ciò che ci riguarda da vicino e questo meccanismo ha fatto corto circuito». La necessità di educare è la priorità individuata da Volterrani che, a tal proposito, ha ricordato il prezioso lavoro svolto dalla stessa AVIS «per costruire percorsi volti a tutelare i donatori e chi segue le loro attività. Se da un lato chi dona deve seguire comportamenti e stili di vita corretti che non ne compromettano la salute, dall’altro è altrettanto doveroso agire in linea con i principi cardine dello Statuto associativo anche attraverso i social. Può sembrare un discorso banale – ha concluso – ma la pandemia ci ha dimostrato quanto questo equilibrio sia sottile».

 

 

Proprio il tema delle forme di violenza e della loro matrice è stato al centro dell’intervento di Gaia Peruzzi, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università La Sapienza di Roma. «I social ci sconvolgono perché sono una piazza in cui chiunque è libero di esprimere il proprio punto di vista. Lo fa con la stessa maniera informale che usa in casa propria, pur trovandosi in un contesto diverso. Queste piattaforme sono una spia delle violenze che continuiamo a riprodurre e spesso giustificare nella nostra sfera privata: una cartina di tornasole che ci fa capire quanto siamo vittime di una “pancia” violenta». La soluzione, secondo la professoressa, è quella di osservare questo fenomeno con attenzione, scrutando in profondità soprattutto ciò che coinvolge le nuove generazioni: «Nei giorni scorsi sono stati pubblicati i dati relativi alla violenza fisica giovanile nel nostro Paese e il quadro è allarmante. Generazioni diverse utilizzano i media in modo altrettanto diverso – ha concluso – i social non devono essere intesi come il luogo dove far parlare la pancia, ma dove discutere e costruire insieme regole del vivere comune. Dobbiamo iniziare a interrogarci su quale linguaggio sia tollerabile e quale no, altrimenti ci impantaniamo».

E l’origine dell’odio e della sua radice dialettica più remota è ciò con cui ha iniziato il suo intervento Francesca Dragotto, docente di Linguistica all’università di Roma Tor Vergata. Secondo Dragotto «siamo tendenzialmente vittime del nostro egocentrismo e della nostra autoreferenzialità. Questo però non deve impedirci di distinguere il discorso ideologico razzista e il discorso di odio. Per VOX, l’Osservatorio che monitora i linguaggi aggressivi presenti in rete, ciò che emerge è solo la punta dell’iceberg. Gli algoritmi dei social network, infatti, ci forniscono uno spaccato sulla diffusione dell’odio nel nostro Paese che è assolutamente edulcorato». Ciò su cui si sofferma la professoressa è la presunzione degli utenti di «poter dire ciò che pensano come fossero chiacchiere da spogliatoio, in particolare in riferimento al genere femminile. Viviamo in un’emergenza di odio più legata alla parola che hai fatti – ha concluso – Occorre riflettere sul rischio di passare dal discorso d’odio alla prassi d’odio».

 

LaNella foto, da sinistra: Andrea Volterrani, Gianpietro Briola, Gaia Peruzzi, Francesca Dragotto, Barbara Laura Alaimo e Marco Serra

 

Quella condizione con cui, in particolare durante il periodo della pandemia, molti addetti ai lavori hanno dovuto imparare a fare i conti. Federico Marietti è un giornalista del Tg5 che, in collegamento da remoto, ha spiegato quanto la categoria sia sempre più oggetto di attacchi: «I social network sono uno strumento eccezionale per facilitare il contatto e accorciare le distanze – ha detto – ma solo se usati con competenza. Una piattaforma di questo tipo non è una testata giornalistica dove invece gli articoli scritti prevedono una verifica delle fonti prima della pubblicazione. Il periodo del Covid, in tal senso, è stato estremamente significativo». Oltre alle minacce subite da sedicenti no-vax, infatti, Marietti ha citato alcune manifestazioni organizzate in quel preciso momento storico, in primis quella in cui coloro che rifiutavano i vaccini si erano vestiti come i deportati nei campi di sterminio nazisti, «un gesto che risulta quantomai oltraggioso anche pensando al 27 gennaio (il giorno prima del convegno, ndr) data in cui si celebra la Giornata della Memoria». Ma ciò che anche Marietti ha voluto ribadire è il concetto di «spazio virtuale come spazio pubblico in cui tutto ciò che scriviamo ricade sugli altri generando reazioni e conseguenze. Il giornalismo è una cosa, la comunicazione sui social è un’altra».

A dare seguito al ruolo di chi il comunicatore lo fa di professione è poi stato Francesco Marino, giornalista e consulente di strategie digitali in ambito sanitario, con il quale c’è stato modo di sviluppare il tema della disinformazione «che si verifica soprattutto in presenza. Sia quando ci si rifugia in ristrette cerchie di persone che limitano il confronto tra punti di vista differenti, sia quando c’è la presenza di influencer che attirano su di sé l’attenzione. Inoltre – ha spiegato – esistono piattaforme che incentivano la presenza al loro interno a cui si ricollega il fenomeno degli algoritmi: più si leggono contenuti di un certo tenore, in questo caso con un tono d’odio, più l’algoritmo li ripropone (Marino sul tema ha anche scritto un libro “Scelti per te. Come gli algoritmi governano la nostra vita e cosa possiamo fare per difenderci”, ndr)». Come gli altri, anche lui è poi voluto tornare al periodo della pandemia e al ruolo che in quella fase hanno ricoperto i social: «Quando la campagna vaccinale era ai nastri di partenza, tra le questioni prioritarie c’era la necessità di accorciare le distanze tra le persone. I social, spesso, non hanno aiutato la costruzione di ponti, rivelandosi come uno stadio diviso in curve: i sostenitori di alcune teorie da una parte e gli altri dall’altra. Come ha scritto la sociologa Zeynep Tufecki – ha concluso – “Online, siamo connessi con le nostre comunità e cerchiamo l’approvazione dei nostri colleghi che la pensano allo stesso modo. Ci leghiamo alla nostra squadra urlando ai fan dell’altra: noi contro loro. L’appartenenza è più forte dei fatti”».

Significativo è stato poi l’intervento di Barbara Laura Alaimo, esperta di formazione e consulente educativa per Parole O_Stili, associazione impegnata nella promozione di un linguaggio inclusivo soprattutto tra le nuove generazioni. Oltre ad aver presentato il Manifesto della comunicazione non ostile e inclusiva, che AVIS Nazionale ha contribuito a redigere nella primavera del 2020, nel pieno della prima ondata di Covid, ha spiegato quanto «odiare da dietro uno schermo sia più facile perché c’è la distanza. Ci si ripara dietro a una tastiera. Questo è un ambito strettamente legato al cyberbullismo che, nei casi più gravi, può portare al suicidio del bullizzato. Si tratta di un problema molto sentito, in particolare tra minorenni e adolescenti». Anche qui entrano in gioco le fake news che, ha ricordato, «in un’epoca ancora orfana dei social network hanno contribuito a instillare l’odio verso gli ebrei».

L’ultimo intervento è stato quello di Marco Serra, sociologo delle organizzazioni e fondatore del progetto Micro Working. Serra ha presentato un’intervista realizzata con ChatGPT (visibile a questo link), un prototipo di chatbot basato su intelligenza artificiale e machine learning (apprendimento automatico) sviluppato e specializzato nella conversazione con un utente umano. Con questa intervista ha provato a spiegare in che modo il sistema può essere di supporto alle associazioni e al mondo del Terzo Settore in generale per sviluppare campagne di comunicazione e prevenzione dell’hate speach.

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