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Covid e donazione di sangue, l’impatto della pandemia nei Paesi europei

Uno studio condotto tra più università ha confermato, sul campione di donatori coinvolti, che l’emergenza sanitaria ha provocato una riduzione delle donazioni e uno sforzo maggiore per chi si è recato in ospedale nonostante il virus in circolazioneUno studio condotto tra più università ha confermato, sul campione di donatori coinvolti, che l’emergenza sanitaria ha provocato una riduzione delle donazioni e uno sforzo maggiore per chi si è recato in ospedale nonostante il virus in circolazione

L’effetto della pandemia si è fatto sentire anche nell’attività trasfusionale di altri Paesi europei. Lo conferma uno studio pubblicato sul The International Journal of Transfusion Medicine e condotto dalle università di Amburgo, Rotterdam, Lisbona e dal centro di ricerca su Salute e Social Care Management della Bocconi di Milano.

Il Covid ha causato un impatto senza precedenti a livello trasfusionale, con interruzioni su larga scala sia dell’offerta che della domanda di sangue. Il calo iniziale delle donazioni è stato registrato un po’ ovunque, non soltanto in Italia e nel resto del continente, ma anche in altre parti del mondo. In particolare per quanto riguarda il sangue intero. Nonostante i centri abbiano rafforzato le misure di sicurezza e tranquillizzato i donatori sull’impossibilità di contrarre il virus per via trasfusionale, la paura ha, per un certo periodo di tempo, avuto la meglio. La riduzione delle scorte è stata tuttavia contenuta anche dal rinvio di tanti interventi chirurgici, motivo che ha generato una minore richiesta di emocomponenti nelle sale operatorie. L’autosufficienza rimane però una priorità per assicurare terapie salvavita a tanti pazienti non solo in epoca di pandemia, un qualcosa a cui, grazie alle campagne di sensibilizzazione condotte, i donatori hanno risposto in maniera positiva.

Questa ricerca è stata portata avanti per cercare di fornire una visione precoce sull’impatto che la pandemia ha generato sui donatori e, in particolare, sulla loro motivazione nel proseguire nella scelta volontaria anche nei mesi di particolare emergenza. Per fare questo, sono stati coinvolti campioni di persone rappresentativi di sette Paesi europei (Danimarca, Francia, Germania, Italia, Portogallo, Paesi Bassi e Regno Unito), dai quali sono state raccolte informazioni in merito all’attività portata avanti durante l’incidenza più forte del Covid e all’affluenza nei centri trasfusionali. Sono state 7122 le persone che hanno risposto a domande su quanto avessero donato nei mesi più critici e sulle loro motivazioni a presentarsi o meno in ospedale durante i picchi della pandemia. Gestito in maniera da evitare l’autoselezione, in quanto gli intervistati non erano a conoscenza delle domande del sondaggio in anticipo, lo studio è stato completato tra il 9 e il 20 giugno 2020. Sono stati identificati 1205 donatori di sangue (16,9%), con il 33,8% che ha donato durante i primi 4-5 mesi dalle prime manifestazioni del virus. I ricercatori hanno avuto modo di osservare che circa la metà aveva donato meno del normale, mentre la stragrande maggioranza di chi lo aveva fatto aveva compiuto uno sforzo speciale in risposta all’emergenza sanitaria.

In base a quanto emerso, gli studiosi rilanciano la necessità, per i servizi di raccolta, di prendere in considerazione campagne volte a promuovere la motivazione altruistica dei donatori e a comunicare le ulteriori misure di sicurezza per ridurre la paura di contrarre l’infezione durante l’attività trasfusionale.

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