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Dalle pari opportunità al dialogo intergenerazionale, le sfide per l’AVIS del futuro

Sabato 13 marzo si è aperta la Conferenza organizzativa 2021. Il dialogo generazionale e la lotta ai pregiudizi di genere sono stati alcuni dei temi trattati nella seconda sessione dei lavoriSabato 13 marzo si è aperta la Conferenza organizzativa 2021. Il dialogo generazionale e la lotta ai pregiudizi di genere sono stati alcuni dei temi trattati nella seconda sessione dei lavori

Favorire l’inclusione dei giovani e il dialogo tra vecchie e nuove generazioni. Combattere i pregiudizi di genere e garantire pari opportunità nella vita associativa. In particolare a livello dirigenziale. Se si vuole pensare all’AVIS del futuro, il punto da cui partire e il fil rouge da seguire nel tempo a venire, non possono prescindere da questi concetti. Se n’è parlato approfonditamente nella seconda sessione di lavori della giornata di apertura della Conferenza organizzativa di AVIS Nazionale lo scorso 13 marzo. La prima di una due giorni che si concluderà sabato 20.

Dialogo intergenerazionale

Quanto sono coinvolti i giovani nell’attività di AVIS? Hanno potere decisionale? Che approccio riscontrano quando si avvicinano ad una realtà associativa? Andrea Salvini è professore ordinario di Sociologia Generale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’università di Pisa. Il suo è stato il primo intervento della seconda sessione mattutina ed è servito per fare chiarezza e rispondere a una serie di domande: perché se il titolo della Conferenza è “L’AVIS che vogliamo”, occorre capire che il futuro non può prescindere da coloro che saranno i dirigenti di domani. «La prima difficoltà in questo ambito nasce dal fatto che i giovani sono assenti dai posti dove si prendono decisioni. L’ostacolo più grande è rappresentato da un approccio che non fa sentire accolte le nuove generazioni». Un concetto che rimanderebbe a un tema approfondito nella prima sessione di sabato scorso, quando il professor Volterrani proponeva di lavorare con la comunità e non per o su di essa.

«I giovani hanno bisogno di essere introdotti e socializzati affinché si sentano adatti al contesto in cui si trovano. Ogni associazione, compresa AVIS, ha il compito di assicurarsi la garanzia della propria crescita futura – prosegue il professore – ed ecco perché non può prescindere dalle nuove generazioni». Un obiettivo che trova ragione di esistere dal quadro generale italiano del volontariato. Dati ufficiali dell’ISTAT, illustrati dal professore nel corso del suo intervento, dicono che tra il 1999 e il 2018 il numero dei volontari è aumentato del 3% arrivando a rappresentare il 10% della popolazione nazionale: più di 5 milioni di persone. «Tuttavia – sottolinea Salvini – l’aumento più evidente si è riscontrato nella fascia d’età superiore ai 55 anni, per triplicare addirittura tra i 65 e i 74 anni». Cosa significa tutto questo? «Che le fasce giovanili sono in stallo. Analizzando gli ultimi 10 anni, emerge come l’aumento sia stato solo dello 0,5% e abbia riguardato in maniera più sensibile le persone tra i 45 e i 59 anni – conclude il professore – in particolare sul versante maschile piuttosto che femminile».

Inclusione e pari opportunità

Proprio l’apertura verso le donne, favorendo un loro sempre crescente impegno nella vita associativa, soprattutto a livello dirigenziale, è stato al centro della relazione di Nicola Riva, professore associato di Filosofia del diritto presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’università degli Studi di Milano: «Garantire pari opportunità significa raggiungere segmenti della popolazione che ad oggi sembrano più distanti – spiega. Avvicinare chi può portare diverse esperienze consente di arricchire la vita dell’associazione con testimonianze nuove». Una visione che pone l’Italia come realtà all’avanguardia, tra le prime in Europa a sostenere e rivendicare che la donazione di sangue non dipende dall’orientamento sessuale, ma dai comportamenti assunti. Per chiarire meglio il concetto, nel suo intervento Riva analizza quattro concetti chiave: «Il primo è quello che chiamiamo inclusività formale – spiega – nel quale si fa riferimento agli aspetti di un’associazione che, a partire dallo statuto, deve indicare norme che non siano discriminatorie in base a religione, ideologia politica e orientamento sessuale. Un aspetto che è strettamente legato alle pari opportunitàchi partecipa alla vita associativa deve avere la stessa libertà di accesso alle cariche dirigenziali». La scarsa presenza di donne a livelli apicali non è una condizione frequente solo nel mondo associativo, ma anche a livello politico istituzionale. Alla base di tutto questo, secondo l’analisi di Riva, ci sono «stereotipi e pregiudizi che tendono a non prendere in considerazione la possibilità di concorrere per una posizione piuttosto che per un’altra». Il frutto di una cultura che il professore non stenta a definire «maschilista e patriarcale in cui si pone l’uomo al di sopra di tutto e di tutti». L’obiettivo, quindi, deve essere quello di lavorare per superare questa concezione e, partendo proprio dal mondo dell’associazionismo, far crescere l’intero ambiente. Per farlo è necessario capire e agire in funzione degli altri due temi chiave sviluppati da Riva: l’inclusività effettiva e l’effettiva inclusione. Ma cosa riguardano? «Gli appartenenti a determinati gruppi possono sentirsi poco inclusi anche di fronte a norme che affermano la non discriminazione – spiega – e questo avviene per via di comportamenti che vengono adottati all’interno dell’associazione. Il linguaggio è fondamentale, così come prestare attenzione al misconoscimento, alla difficoltà cioè di molti nel riconoscere se una persona sia etero o meno. Pur senza cattiveria, un omosessuale identificato come etero subisce una forma di discriminazione che contribuisce a rendere l’ambiente di cui fa parte meno inclusivo». E l’effettiva inclusione? Un’associazione può garantirla? Secondo Riva «è possibile che una realtà lo sia, non presentando ostacoli che impediscano l’avvicinamento di determinate persone. Tuttavia, esistono situazioni che difficilmente possono essere evitate, pensiamo ai posti di lavoro. L’interrogativo da porsi – conclude – per un’associazione è cosa e come fare per riuscire a intercettare gli interessi di queste persone».

La motivazione dei volontari

E il Covid? La pandemia ha reso difficoltosa la partecipazione delle persone alla vita associativa e al volontariato in generale? Sono le domande a cui hanno risposto Elisabetta Gazzola e Paolo Celli, consulenti per il no profit di Centrale Etica: «Certamente ci sono stati dei problemi nel corso di questo ultimo anno – spiegano – tuttavia la popolazione ha riconosciuto il valore del volontariato. Non a caso una ricerca pubblicata da Cesvot a inizio 2021 ha mostrato quanto sia cresciuta la figura del singolo volontario rispetto a quella dell’intero movimento». Spieghiamo meglio. Il Covid ha contribuito a mostrare che le persone sole o isolate a causa del virus sono riuscite a trovare un supporto fondamentale proprio nel volontario: «Non esistono ricette che conducono al successo – proseguono – per avvicinare le persone all’associazione è necessario far capire loro come ci collochiamo, esattamente come spiegava il professor Salvini in merito ai giovani. Nel caso di AVIS, donare non riguarda solo il sangue, significa donare anche se stessi». Non esisteranno ricette precise, ma è chiaro che la strategia è quella di essere promotori, pionieri che aprano nuove strade alle generazioni future: «Motivarsi per motivare, solo così è possibile generare inclusione all’interno di una realtà associativa».

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