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Hikikomori: cos’è e perché il sangue potrebbe aiutare a diagnosticarlo

Il fenomeno dell’isolamento sociale è sempre più diffuso e non solo tra i giovani. Alcuni biomarcatori consentirebbero di individuarlo in tempo per provare a contrastarlo

La traduzione letterale, in italiano, è “stare in disparte”“staccarsi”. Il termine originale è HikikomoriÈ una parola giapponese con la quale si fa riferimento al fenomeno di isolamento sociale esploso tra i giovani nel Paese del Sol Levante a fine anni ’80, ma che dall’inizio del 2000 si sta diffondendo anche in altre aree del mondo come Stati Uniti ed Europa. Italia compresa.

 

Chi ne è affetto tende a evitare contatti esterni, addirittura anche con i familiari che vivono nella stessa casa. Ragazze e ragazzi che preferiscono restare chiusi nella propria camera per mesi se non addirittura anni: non è un caso che statistiche recenti confermino un innalzamento dei casi di Hikikomori proprio nell’ultimo biennio caratterizzato dalla pandemia e dai ripetuti lockdown. Se inizialmente, quando la sua conoscenza era ancora piuttosto limitata, si pensava a una condizione strettamente legata alla cultura giapponese, oggi non è più così. Identificato anche come “ritiro sociale patologico”, si stima che oggi in Giappone l’Hikikomori affligga più di un milione di persone

 

Uno studio condotto dai ricercatori dell’università di Kyushu a Fukuoka e pubblicato su Dialogues in Clinical Neuroscience ha permesso, attraverso il sangue, di individuare i biomarcatori che consentirebbero di diagnosticare rapidamente questa condizione, così da riuscire a contrastarla al meglio. Già dal 2013, infatti, l’ospedale universitario ha istituito il primo ambulatorio al mondo per la ricerca sugli Hikikomori, nella speranza di sviluppare sistemi di supporto per i pazienti attraverso la comprensione biologica, psicologica e sociale della patologia. Il team ha effettuato esami biochimici del sangue e ha raccolto dati sul metaboloma plasmatico (piccole molecole presenti nel sangue come zuccheri, aminoacidi e proteine) di 42 soggetti Hikikomori non trattati, confrontandoli con i dati di 41 volontari sani. In totale, sono stati analizzati i dati di 127 molecole. I risultati principali hanno mostrato che, nel sangue degli uomini affetti da Hikikomori, i livelli di ornitina e l’attività dell’arginasi sierica (due amminoacidi fondamentali nella regolazione di funzioni come la pressione sanguigna e il ciclo dell’urea) erano più altimentre i livelli di bilirubina e arginina più bassi. In particolare, per la bilirubina è opportuno ricordare che viene prodotta quando il fegato scompone i globuli rossi ed è spesso utilizzata come indicatore del corretto funzionamento epatico. I pazienti affetti da depressione maggiore e disturbo affettivo stagionale presentano livelli di bilirubina nel sangue più bassi, ecco quindi perché il dato relativo ai soggetti Hikikomori è così indicativo.

 

Per quanto lo studio rappresenti il primo passo per scoprire le radici biologiche di questa condizione e collegarle al livello di gravità, sono ancora molti gli interrogativi alla base dell’alterazione di questi biomarcatori. Oggi l’Hikikomori si sta diffondendo in tutto il mondo, quindi è necessario condurre indagini internazionali per comprendere le somiglianze e le differenze tra i pazienti a livello globale.

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