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Il futuro? Un obiettivo da centrare insieme. A partire da… ieri

La Consulta Nazionale AVIS Giovani chiude due giorni di meeting a Bologna lanciando una nuova strategia di approccio e di condivisione. Dalla parità di genere al diritto alla salute, passando per sostenibilità ambientale ed empowerment femminile, ecco le sfide che ognuno di noi è chiamato ad accettare. E a vincere

 

 

Cosa si intende per linguaggio inclusivo? Possiamo affermare con certezza di non avere pregiudizi verso le persone omosessuali? E poi ancora, cosa intendiamo per sostenibilità? Perché non è un termine legato solo all’ambiente, ma all’intera società di cui siamo parte e all’economia globale. Quella società e quell’economia globale che, ancora oggi, devono fare i conti con la fame e la povertà, con le difficoltà per le donne di godere di pari dignità e con un diritto alla salute non garantito a tutti.

 

“Obiettivo futuro” parte da qui. Da alcuni degli obiettivi, appunto, contenuti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Da quei temi che, direttamente o indirettamente, impattano sulla vita quotidiana di ciascuno di noi e che proprio noi, senza rendercene conto, rischiamo di ignorare o, peggio, di dare per scontati. La sfida della Consulta Nazionale AVIS Giovani viene lanciata dal palco di Bologna. Una sfida in termini di contenuti e di approccioDi vera e propria strategia comunicativa. L’esigenza di allargare lo sguardo anche oltre le tradizionali e fondamentali attività avisine per coinvolgere chi dedica impegno, professionalità, competenza, sensibilità a fare qualcosa di concreto che garantisca pari libertà e diritti agli altri. Esattamente come tutte le persone che donano sangue e plasma. Il tutto in due giorni di meeting a cui hanno preso parte oltre 130 ragazze e ragazzi provenienti da ogni regione italiana.

 

ObiettivoL’Esecutivo Nazionale AVIS Giovani

 

A fare gli onori di casa, in apertura dei lavori, è stata la Consigliera delegata a Famiglia, disabilità e sussidiarietà circolare del Comune di Bologna, Cristina Ceretti, portando i saluti del sindaco, Matteo Lepore. In rappresentanza di Avis Comunale a salutare i giovani è stato il vice presidente Enrico Tesei, seguito dalla presidente di Avis Provinciale, Sonia Manaresi, e dal presidente di Avis Regionale Emilia Romagna, Maurizio PirazzoliRocco Monettasegretario generale, ha infine portato i saluti del presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola.

 

Che “Obiettivo futuro” sia un punto di partenza lo fa capire immediatamente Irene Oppi, Coordinatrice della Consulta Nazionale AVIS Giovani: «La nostra associazione non è solo donazione. Ci occupiamo di pazienti, di volontariato e di chi decide di compiere questo gesto di solidarietà. Quindi, ci occupiamo di persone che scelgono di essere parte attiva portando con sé valori e principi. Tutto questo è e deve essere occasione e motivo di dibattito, confronto e, perché no, scontro costruttivo».

 

 

 

Parità di genere (Obiettivo 5)

 

ObiettivoCathy La Torre

 

Cathy La Torre è un’avvocata specializzata in diritto antidiscriminatorio con particolare riferimento alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere e ai diritti della comunità LGBTQIA+. Bastano poche parole per capire quanto negli animi di chi guarda al futuro, ma vive nel presente, sia sentito il suo intervento: «Esistono persone che non si identificano con il genere biologico con cui sono nate. Il trangenderismo non è una scelta, è una condizioneesattamente come il colore della pelle. Ma evidentemente a qualcuno non è chiaro».

 

Dalla platea si sente qualche brontolio e Cathy ribatte subito, con il sorriso e la determinazione che la contraddistinguono: «Se avete domande io rispondo, sono qui per questo. Io parlo e rispondo senza alcun problema». E il brontolio cessa… C’è un passaggio del suo discorso che spiega molto bene il senso della quotidianità di chi è vittima di discriminazione: «State pur certi che se avessimo potuto scegliere, come molti intorno a noi pensano, avremmo scelto di vivere alla luce dell’uguaglianza, non all’ombra della discriminazione. Ecco perché è importante intervenire già sul linguaggio». La prima responsabilità per una società civile è quella di non escludere nessuno. La Torre, proprio in riferimento a questo concetto, torna sul tema della donazione che, in molti Paesi del mondo, è preclusa alle persone omosessuali: «Trovo assolutamente scorretto considerare non idonea una persona solo perché non è eterosessuale e quindi automaticamente bollata, in maniera discriminatoria, come portatrice di comportamenti a rischio. Chiunque avverta il desiderio di fare qualcosa per gli altri, di donare una parte di sé, deve essere accolto. Deve essere messo nella stessa condizione di tutti, perché siamo tutti persone con sentimenti, sensibilità, amore per il prossimo e, soprattutto, dignità».

 

 

 

Vita sulla Terra (Obiettivo 15)

 

ObiettivoMartina Fondi

 

Martina Fondi è la seconda relatrice a salire sul palco. È la responsabile forestale di Treedom, l’azienda italiana che gestisce l’omonima piattaforma di e-commerce che consente a chiunque di piantare alberi in diversi Paesi del mondo. Lo fa per un principio che viene prima degli altri: «Un mondo più verde è un mondo più giusto. Ognuno dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 è collegato agli altri, così come ciascuno di noi lo è con il prossimo. La sostenibilità – spiega – non è un concetto da affiancare solo all’ambiente. La sostenibilità è la società, è l’economia, è il futuro: significa non consumare tutto ciò che abbiamo oggi per poterlo così lasciare a chi ci sarà dopo».

 

Treedom pianta alberi nel mondo con migliaia di persone coinvolte, arbusti che aiutano la biodiversità e che rappresentano, proprio per la partecipazione globale, occasione di formazione e di soluzioni che producono beneficio per tutti: «Per portare avanti un nostro progetto servono le persone – dice Martina – esattamente come avviene in AVIS. Non si possono garantire gli emocomponenti se non c’è chi li dona. Donare vuol dire offrire opportunità al prossimo. Allo stesso modo, agire sull’ambiente vuol dire assumersi delle responsabilità e compiere qualcosa che serve ora e che non può essere rinviato e delegato a chi ci sarà dopo di noi».

 

Tante volte sentiamo parlare di azioni per “salvare il mondo”: cosa bisogna fare quindi? «È un’espressione assolutamente sbagliata. Il mondo si salva da solo, noi dobbiamo impegnarci a salvare noi stessi, con le nostre piccole azioni quotidiane, partendo prima di tutto dalla scelta di cosa portare in tavola». I giovani cosa possono fare in tal senso? «Ognuno di voi è già molti passi avanti rispetto a tante altre persone. Fare associazionismo vuol dire esercitare la partecipazione attivaVi state impegnando per gli altri, siete a disposizione della società donando parte di voi e del vostro tempo. Siete portatori di un messaggio potentissimo: donare una parte di voi stessi a degli sconosciuti che ne trarranno speranza di vita». Quei giovani che già oggi rappresentano, a tutti gli effetti, la Foresta AVISTreedom ha infatti regalato a ciascuno un albero perché «le nuove generazioni possono farsi portavoce dell’emergenza climatica e ambientale. Basta poco per fare la propria parte – conclude – bastano piccoli gesti. E insieme si può».

 

 

 

Sconfiggere la fame e la povertà (Obiettivi 1 e 2)

 

ObiettivoSimona Lanzoni

 

«Le Nazioni Unite ci dicono che 828 milioni di persone nel mondo hanno fame: il 31,9% è composto da donne». È un pugno nello stomaco quello che arriva da Simona Lanzoni, vice presidente di Pangea Onlus, l’organizzazione no profit che dal 2002 lavora per favorire lo sviluppo economico e sociale delle donne. Innalzare il ruolo femminile significa lavora sull’eguaglianza perché, ancora oggi, «in molti Paesi le donne hanno meno accesso all’educazione, hanno lavori peggiori rispetto agli uomini e, di conseguenza, sono più povere. Essere donna vuol dire avere a che fare con i bambini e con la comunità, venendo a contatto con un tessuto che può essere scoperto e compreso solo da occhi femminili».

 

La dottoressa ha raccontato l’attività condotta da Pangea in Afghanistan, dipingendo un quadro drammatico: «Quando ci trovavamo a parlare con loro, la preoccupazione più diffusa era quella di non riuscire a garantire ai figli il cibo desiderato. Donne che piangono per non essere in grado di mandare i bambini a scuola, di non poter assicurare loro un futuro migliore e più gratificante. La proiezione era sempre sui più piccoli, sul futuro». Ecco allora l’idea del “microcredito”, un’opportunità volta a mettere le donne afghane in condizione di formarsi e dare vita ad attività microimprenditoriali: «Socializzare, dialogare, fare comunità. È questo il senso del nostro lavoro in Afghanistan, esattamente quello che AVIS fa qui oggi e ogni giorno, affrontando temi difficili e pesanti, ma che si riescono ad affrontare stando insieme. Risolvere il problema della fame – conclude – è necessario per risolvere quello dell’uguaglianza. I conflitti non aiutano, i regimi e la violenza cancellano quanto costruito per il benessere collettivo. In vent’anni in Afghanistan eravamo riusciti a fornire opportunità poi spazzate via dal ritorno dei talebani. È dura dover ricominciare? Sì, è durissima, ma non possiamo fare altrimenti».

 

 

 

Salute e benessere (Obiettivo 3)

 

ObiettivoEttore Bertelli

 

E proprio la guerra è il punto da cui bisogna partire «se si vuole arrivare a dignità e diritti uguali per tutti». Ettore Bertelli è il relatore pubblico di Emergency, l’organizzazione fondata da Gino Strada che si occupa di offrire, nelle zone di guerra appunto, cure gratuite e di qualità alle vittime del conflitto e della povertà, costruendo e gestendo strutture dedicate e formando il personale locale. Qualsiasi invasione, qualsiasi atto di forza «piace solo a chi ne resta ben distante. Ciò che è necessario comprendere, una volta per tutte, è che il 90% delle vittime di una guerra sono civili. Sono persone, in molti casi bambini, che non hanno mai imbracciato un’arma. La cultura di pace serve a far conoscere cosa facciamo».

 

Il motivo per cui è nata Emergency è quello di garantire il diritto alla salute in qualsiasi contesto, anche il più drammatico possibile. Lo diceva lo stesso Gino Strada affermando che occorreva “curare tutti, una persona alla volta”. Perché come sottolinea Bertelli «non esiste una sanità di serie A o di serie B, esiste solo quella di eccellenza. Un ospedale costruito da noi è una struttura che rimane nel tempo per assicurare assistenza sanitaria e per cambiare la realtà in cui si trovaSe non portiamo diritti e dignità lasciamo spazio al privilegio e quando si tratta di salute diventa inaccettabile». Curare tutti indipendentemente dalla propria classe sociale, quindi: «Quello che ci contraddistingue è un concetto che accomuna tutti noi qui presenti – conclude – Al centro del nostro progetto c’è l’essere umano: il diritto alla salute va garantito a tutti sempre, guerra o non guerra. La differenza di ciò che si compie la fa la cultura del sapere. I muri, la divisione, tutto ciò che è negativo viene generato da paura inutile e porta al privilegio. La propaganda sbagliata, in questo, diventa devastante. Ogni Governo è responsabile di ciascun essere umano».

 

 

 

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