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Il sistema sanitario universale e le sue sfide. La prospettiva di AVIS

Nel convegno del 14 novembre a Roma, rappresentanti del panorama accademico e sanitario nazionale e internazionale si sono confrontati su tematiche centrali per la salute e la medicina trasfusionale

Il dono come missione comune, frutto della scelta etica, gratuita e volontaria dei donatori, che rende il sistema sanitario italiano un modello solido a cui ispirarsi a livello globale. È il fil rouge che ha caratterizzato “Il sistema sanitario universale e le sue sfide. La prospettiva di AVIS”, il convegno organizzato da AVIS Nazionale a Roma il 14 novembre.

All’Auditorium Giovanni Paolo II, di via Urbano VIII, i principali rappresentanti del panorama accademico e sanitario nazionale e internazionale si sono confrontati su tematiche centrali per la salute e la medicina trasfusionale. La necessità di ribadire la preferibilità di un sistema di sanità pubblica, di cui sono state mostrate sfide e opportunità presenti e future, è emerso fin dai saluti iniziali del presidente di AVIS Nazionale Gianpietro Briola, che ha rinnovato l’invito a perseguire insieme l’obiettivo dell’autosufficienza di farmaci plasmaderivati, e di Mons. Remigio Bellizio, direttore della Pontificia Fondazione “Domus Missionalis” e docente di Teologia Morale alla Pontificia Università Urbaniana, che ha sottolineto il tema del dono come missione a cui ciascuno di noi è chiamato per garantire il bene comune come diritto imprescindibile.

Ma qual è la situazione in termini di raccolta nel nostro Paese e quali le principali differenze rispetto a ciò che avviene all’estero? A spiegarlo è stato il direttore del Centro nazionale Sangue, Vincenzo De Angelis, che ha evidenziato la necessità di investire, non solo economicamente, ma in “cultura, cultura e cultura” in merito alla donazione di plasma, che ricopre un’importanza duplice sia in termini di garanzia di terapie per i pazienti cronici che di stabilità del sistema sanitario nazionale nel mercato di approvvigionamento dei farmaci plasmaderivati. Da qui le differenze con gli altri sistemi di raccolta nel mondo e la contrapposizione tra il modello italiano, basato sulla gratuità, e quelli che prevedono un rimborso o una retribuzione che, paradossalmente, proprio nel periodo della pandemia hanno fatto registrare le difficoltà principali.

Una qualità del sistema e della cura, in Italia, a cui si è arrivati attraverso un lungo iter illustrato da Fabio Rugge, professore emerito di Storia delle Istituzioni e già Rettore dell’Università di Pavia. Un percorso che ha portato a un assetto, già dagli anni ’70, basato sulla globalizzazione della cura transfrontaliera, vale a dire la scelta del cittadino su come e dove curarsi. Un fenomeno che si estende a livello internazionale, non solo nel nostro Paese. Una stima relativa al 2019, come spiega Rugge, dice che dai 21 ai 26 milioni di pazienti ogni anno superano le frontiere per cercare cure più evolute o non consentite nei loro Paesi di origine. Da qui l’invito a una maggiore interazione tra pubblico e privato per riuscire a gestire al meglio un sistema complesso e dotato di risorse che rischiano di mettere a repentaglio la tutela della salute collettiva.

Un valore etico della donazione ripreso anche da Corrado Del Bò, ordinario di Filosofia del Diritto e direttore del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Bergamo. Il professore nel suo intervento ha approfondito infatti il concetto di preferibilità etica del sistema sanitario universalistico, che si basa su un tema: nessuno porta colpe delle malattie che lo colpiscono. Tutti hanno diritto alle cure necessarie e in questo acquisisce ulteriore valore la storia italiana, basata su un sistema sanitario di impronta pubblica con “aperture al privato”, come precedentemente spiegato da Rugge, intese come accesso al mercato e alle realtà associative. Il tutto ispirato da un principio irrinunciabile: la difesa del modello italiano di raccolta gratuita e associata di sangue e plasma.

Ma affinché tutto questo non resti un concetto utopistico è necessario l’impegno degli attori coinvolti per quel principio di sussidiarietà indicato anche dalla nostra Costituzione. Un tema al centro dell’intervento di Anna Lorenzetti, professore associato di Diritto Costituzionale all’Università di Bergamo. In particolare, si è concentrata proprio sul “caso” della sanità, ricordando quanto la questione salute rappresenti un diritto fondamentale della persona e, allo stesso tempo, una responsabilità per la collettività. L’elemento che caratterizza lo stato sociale: in questo, Lorenzetti ha spiegato quanto la pandemia da un lato abbia devastato il nostro Paese, ma allo stesso tempo abbia anche fornito un nuovo sguardo sulle missioni da centrare. Prima tra tutte, quella del rafforzamento dell’assistenza territoriale grazie ai finanziamenti previsti dal PNRR.

Per garantire quei livelli essenziali di assistenza che, al momento, spesso non sono garantiti nemmeno in termini di accesso alle cure, come ha sottolineato Alice Cauduro, ricercatrice di Diritto Amministrativo all’Università di Torino. L’accesso al farmaco rappresenta una delle priorità di azione a livello globale, motivo per cui un Paese come l’Italia dovrebbe, secondo la dottoressa, farsi portavoce di un sistema internazionale che favorisca questo percorso di approvvigionamento. L’obiettivo è quello di una giustizia sociale in sanità pensata su scala globale, un qualcosa legato a doppio filo con il sentimento della solidarietà come, nel caso di AVIS, avviene per i farmaci plasmaderivati.

Proprio della disponibilità di questi medicinali, in particolare dopo le difficoltà generate dal Covid, ha parlato il presidente di Gruppo Emoderivati di Farmindustria, Francesco Carugi. Nella fattispecie, ha voluto focalizzare l’attenzione sul loro ruolo strategico nella cura di determinate patologie ematologiche e non solo che non vedono, al momento, alternative terapeutiche. Dall’emofilia alle immunodeficienze primitive, passando per la cirrosi epatica, gli interventi di trapianto di organi o la prevenzione di epatite B e tetano. Uno scenario in cui l’Italia gioca un ruolo virtuoso, basato sull’attività volontaria che mette a disposizione questi farmaci salvavita, alla luce della crescente domanda di plasmaderivati proprio per chi soffre di immunodeficienze.

Il tema dell’accesso alle cure ha fatto da apripista per la sessione pomeridiana del convegno, aperta dall’intervento di Fabrizio Pecoraro, ricercatore del CNR di Roma. Nella fattispecie, il suo obiettivo è stato quello di delineare i nuovi modelli di sanità territoriale e i processi organizzativi in cui un ruolo centrale viene ricoperto dai fondi del PNRR: in primis volti a potenziare l’assistenza domiciliare, anche grazie alla telemedicina, uno strumento che da qualche tempo si sta cercando di introdurre anche per migliorare l’organizzazione delle attività trasfusionali. In tutto questo, fondamentale sarà la realizzazione di nuove strutture e presidi sanitari sul territorio, per migliorare l’accessibilità e ampliare la disponibilità dei servizi di prossimità per tutelare la salute dei cittadini.

Ma cosa si intende per salute? Che cos’è il benessere? E perché è importante porsi queste domande? Ha provato a spiegarlo la professoressa Elisabetta Lalumera, associata di Filosofia del linguaggio all’Università di Bologna. È necessario riflettere su questi interrogativi semplicemente perché a ogni livello di salute corrisponde una diversa tipologia di strumenti e strategie da mettere in campo, affinché questa condizione venga assicurata a tutti. Capire le disuguaglianze, cercare strumenti per individuarle e contrastarle, è la strada per far sì che per “salute” non si intenda semplicemente l’assenza di malattia, ma una condizione di completo benessere.

E di questa condizione di completo benessere, come il mondo dei donatori sa bene, sono interessati anche il sangue e gli emocomponenti. La loro importanza in ambito sanitario, come ha spiegato la professoressa Francesca Pulitanò, associata di Diritto romano all’Università Statale di Milano, risale fin dall’antichità. Dalla cosiddetta “teoria umorale”, concepita da Ippocrate di Coo, che rappresenta il tentativo più antico in Occidente di fornire una spiegazione all’insorgenza di una malattia lontana da superstizioni, magie o credenze religiose. Secondo questa teoria, un eccesso o una carenza di uno dei quattro fluidi corporei (gli umori, appunto, cioè sangue, flegma, bile gialla e bile nera) presenti in ciascuno di noi ha una ripercussione sul suo temperamento e il suo stato di salute.

L’ultima parte del convegno, infine, è stata dedicata al contrasto delle disuguaglianze in ambito sanitario e al tema dell’equità in salute. La prima a intervenire è stata Raffaella Bucciardini, Direttore dell’Health Equity Unit dell’Istituto Superiore di Sanità, l’unità di ricerca interdisciplinare nata nel 2018. Scopo principale è quello di contribuire a identificare le principali barriere che impediscono l’equità di salute e a promuovere interventi mirati, per trasferire le buone pratiche in azioni concrete a livello politico locale e nazionale. Un’azione che ben si coniuga con l’impegno della stessa AVIS, da sempre attenta a garantire un accesso equo alle terapie trasfusionali. Sempre del tema di buone pratiche, sia per quel che riguarda gli stili di vita sani che la promozione della prevenzione sanitaria, ha parlato Bettina Menne, dell’Ufficio Europeo dell’OMS per gli investimenti per la salute e lo sviluppo, in collegamento da remoto. L’Italia rispetto a molti Paesi europei è al di sotto della spesa media per il settore sanitario: uno dei problemi è legato al costo del ticket, che spesso incide pesantemente sul bilancio di molte famiglie. Meglio invece quello che riguarda i tempi di attesa, nonostante la carenza di personale sanitario, fenomeno destinato a crescere ulteriormente alla luce degli specialisti che andranno in pensione nell’arco dei prossimi dieci anni.

Significativo, soprattutto per fornire uno spaccato di come i pazienti vivano le questioni affrontate nel corso della giornata, è stato l’intervento di Alessandro Segato, presidente di AIP (l’Associazione immunodeficienze primitive). Oltre a ringraziare i donatori per la disponibilità del plasma da cui vengono ricavate le immunoglobuline necessarie alle terapie, Segato ha focalizzato l’attenzione sulla mancanza di alternative terapeutiche per chi soffre di queste forme. Se non ci fossero le immunoglobuline sarebbe un grosso problema, come si è rischiato durante la pandemia. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che l’Italia non è ancora autosufficiente per i farmaci plasmaderivati ed è quindi costretta a importarne una parte dall’estero, soprattutto dagli Stati Uniti. Anche per questo, ha ribadito lo stesso Segato, è fondamentale incrementare questo tipo di raccolta e sensibilizzare il più possibile la popolazione, partendo dai giovani.

A questo link è possibile scaricare le slide mostrate dai relatori durante il convegno.

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