Carenza di personale sanitario e donazioni rinviate, l’effetto Covid su AVIS

In un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, il presidente Gianpietro Briola analizza un fenomeno che sta coinvolgendo l’intero Paese: «Resistiamo solo grazie alla generosità dei donatori»

«La pandemia ha ridotto il personale sanitario a disposizione. Se riusciamo a resistere è solo grazie alla straordinaria generosità dei nostri donatori». Esordisce così, in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano (l’articolo completo è consultabile a questo link), il presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola. Un vero e proprio appello quello che viene lanciato verso l’intero apparato istituzionale, spiegando gli effetti che il Covid sta generando anche sull’organizzazione associativa.

 

Gianpietro BriolaIl presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola

Una “coperta troppo corta”, un numero di medici e infermieri insufficiente che, in particolare a seguito della riapertura degli hub vaccinali per la somministrazione delle terze dosi, sta comportando la cancellazione di diverse raccolte programmate. E non c’è un territorio più colpito di un altro, è un problema che sta investendo l’intero Paese: «Ciò a cui stiamo assistendo è quella che potremmo definire una “caccia” al personale sanitario, un qualcosa con cui non possiamo competere – spiega Briola – Soprattutto sotto l’aspetto retributivo, che porta i professionisti a prestare servizio dove, legittimamente, guadagnano di più visto che le tariffe per il rimborso delle sacche di sangue sono fisse». Se la compensazione interregionale ha permesso di garantire scorte e terapie per i pazienticon la ripresa delle regolari attività ospedaliere la richiesta di emocomponenti è tornata ad aumentare nel corso del 2021. Seppur con qualche difficoltà registrata in particolare in alcune regioni del Sud, finora il sistema ha retto solo «grazie allo straordinario impegno dei donatori e a uno sforzo del personale a disposizione. Ma non basta. Da mesi stiamo dialogando con le amministrazioni locali e nazionali affinché sollecitino i direttori generali delle aziende ospedaliere nel richiedere la disponibilità in convenzione al personale infermieristico e, con i ministeri di Salute e Università, per autorizzare l’impiego dei medici specializzandi nei centri di raccolta». Uno step che, come si augura Briola, «potrebbe essere raggiunto grazie alla legge di Bilancio. Ma un provvedimento va preso già ora».

 

Anche perché, quello della carenza di personale è un problema che esiste già da prima della pandemia. Nel 2019, infatti, come si legge nell’articolo del Fatto, il sistema trasfusionale ospedaliero era alle prese con un calo di 64 professionisti in dieci Regioni, con un fabbisogno di 500 medici e infermieri nei dieci anni successivi a causa del turnover: «Il Covid ha solo dimostrato che i nostri appelli non erano strumentali – conclude il presidente – il sistema trasfusionale non è appetibile alla pari di altre branche della medicina, tant’è che molti bandi sono andati deserti per l’assenza di disponibilità di personale. Scontiamo la scarsa formazione effettuata nel corso degli anni. I donatori vanno tutelati, perché rinviare gli appuntamenti già fissati rischia di allontanare le persone dalla donazione e sarebbe il danno più grave per tutti».