Dalla Nigeria alla donazione di sangue con AVIS

La storia del 21enne Winner, arrivato a Reggio Calabria nel 2016: «Donare significa ricambiare la nuova possibilità che mi è stata data. Quella che tanti giovani come me hanno potuto solo sognare»

Ufficialmente è chiamata Repubblica Federale della Nigeria. È lo stato più popoloso dell’Africa, il settimo rispetto al resto del mondo. Come gran parte dei territori del continente, è caratterizzato da estrema povertà e violenza. Il Borno è uno stato federale nigeriano la cui capitale si chiama Maiduguri. Qui, insieme al suo papà, che ci si è dovuto trasferire per motivi di lavoro, vive anche Winner Ozekhome, oggi 21enne. A fine maggio saranno trascorsi cinque anni dal suo arrivo a Reggio Calabria, dove studia Ingegneria dell’Informazione e lavora come programmatore in un’azienda per potersi assicurare il permesso di studio. L’Italia per lui non rappresenta solo il luogo dove gli è stata concessa una seconda possibilità, ma anche il posto dove «poter restituire parte di tutto quello che ho ricevuto. Quello che tanti ragazzi come me hanno visto fermarsi sulle dune del deserto o in fondo al mar Mediterraneo», racconta. Winner dona il sangue con l’Avis. Ma per capire lui chi è occorre fare un passo indietro. Anzi, di più. Un viaggio nel passato.

 

Winner Reggio CalabriaWinner Ozekhome

Boko Haram e la trappola della “rete”

Maiduguri. Questo è il nome della città dove Winner frequenta l’ultimo anno delle scuole superiori in un college dove vive anche. È il dicembre del 2015 e sta preparando gli esami: «All’improvviso abbiamo sentito degli spari – racconta – non sapevamo cosa stesse succedendo, ma siamo usciti tutti subito di corsa. Qualcuno stava assaltando il college». Quel “qualcuno” è Boko Haram, l’organizzazione terroristica islamica che, nel 2002, nasce proprio in questa città: «Sono scappato senza pensare a dove andare, vedevo solo persone colpite intorno a me. Non avevo scelta – spiega – o correvo o morivo». Dalla fuga, inevitabile, inizia la storia di Winner. Quella notte trova rifugio in uno spazio generalmente destinato a ospitare animali. Al mattino viene svegliato dai titolari con i quali però non riesce a comunicare: «Ogni regione della Nigeria ha un suo dialetto, io sono originario del Sud e nel college parlavo in inglese. Non capivo cosa queste persone mi stessero dicendo e loro non capivano me». Winner chiedeva un telefono per avvisare il papà e raccontargli l’accaduto. Loro lo stavano minacciando e si stavano assicurando già la ricompensa per questo ragazzo sperduto caduto, inconsapevolmente, nella loro trappola. Dopo poche ore, Winner si ritrova su una vettura che, crede ingenuamente, lo stia portando a casa o alla polizia per spiegare cosa era successo la notte precedente. Nemmeno per sogno. Winner è stato venduto a quella che in Nigeria chiamano “rete”: «Dopo un po’ di chilometri cambiava sia la vettura che l’autista – racconta – e lì ho capito di essere finito in mezzo a questa organizzazione fatta di rapimenti e ricatti per estorcere soldi». La prima tappa è il Niger e i dubbi iniziano drammaticamente a diradarsi: «Lì mi danno uno zaino, acqua e del cibo. Trovo altre persone che dovevano partire per l’Europa e capisco cosa sta succedendo. Ci stanno portando in Libia».

 

Winner Reggio Calabria2

La prigionia e la traversata della morte

Dopo un viaggio di quindici giorni lungo il deserto, Winner arriva nei pressi di Tripoli. Viene “ospitato” in una casa-prigione circondata da mura a loro volta sovrastate da filo spinato elettrico. Almeno qui c’è un telefono e il ragazzo riesce a sentire il suo papà: dalla notte dell’attentato è trascorso quasi un mese. La vita lì non è facile, soprattutto perché Winner è un ragazzo, non ha nemmeno 16 anni, è solo ed è di fede cristiana: «Il fatto che non fossi musulmano non mi ha aiutato, ma sono riuscito a scappare – confessa – Ho disattivato la corrente elettrica che passava nel filo spinato e ho scavalcato il muro, ma scendendo dalla parte opposta mi sono fratturato una gamba». Grazie all’aiuto di un uomo del Gambia riesce a rimediare dei medicinali e a riprendersi un poco, ma possibilità di tornare a casa non ce ne sono. Il futuro è il gommone che dalle coste libiche punta ad attraversare il Mediterraneo: «Ci hanno incastrato in oltre 120 persone, quando ce ne sarebbero potute salire al massimo 30. La traversata inizia, ma dopo quattro ore di navigazione cominciamo a imbarcare acqua. Le donne gridavano, alcuni si buttavano in mare e io con loro: non c’era alternativa». I soccorsi arrivano, ma sono di una nave militare libica che riporta Winner e gli altri al punto di partenza. In Libia, stavolta, riprende la prigionia vera e propria: «Un etto di pasta e una bottiglietta d’acqua per l’intera giornata, questa era la nostra alimentazione quotidiana». E le vessazioni, altro “pane quotidiano”. Le donne diventavano le vittime sacrificali degli istinti primordiali delle guardie, gli uomini invece erano i bersagli a cui sparare per passare il tempo. Una notte, approfittando di una porta lasciata aperta, la fuga, ma con il fuoco dei carcerieri ad attendere tutti subito dopo aver varcato la soglia: «Ho avuto paura ad uscire subito, ho temuto di non farcela – dice Winner – poi mi sono fatto coraggio e ho iniziato a correre. Gli altri erano a terra morti o feriti, non sentivo nemmeno più gli spari, correvo e basta». Una volta messosi in salvo, il ragazzo tenta per la seconda volta la traversata che, dopo nove ore di navigazione, vede un’altra nave militare venire incontro al gommone: ma stavolta è una nave italiana. Winner arriva a Reggio Calabria.

 

Winner Reggio Calabria3Winner mentre dona il sangue

Lo studio, il lavoro e l’incontro con Avis

Appena sbarcato viene portato nel centro di prima accoglienza del quartiere Archi, dove inizia a imparare l’italiano: «Volevo riprendere gli studi e grazie ai volontari che venivano nella struttura ad aiutarci ho iniziato ad apprendere la vostra lingua. Dopo due mesi mi hanno trasferito nel quartiere Cannavò dove ho potuto ricominciare a studiare». Qui, dopo un po’ di tempo, grazie a uno dei formatori che lo seguivano, conosce l’Avis: «Quando ho scoperto cosa facesse non ci ho pensato due volte e ho iniziato a donare il sangue anche io. Volevo dare il mio contributo e aiutare le persone, così come in tanti avevano aiutato e stavano aiutando me». Oggi Winner ha quasi 22 anni. Si è diplomato all’istituto tecnico industriale “Panella-Vallauri” di Reggio Calabria e studia Ingegneria dell’informazione all’università Mediterranea. Lavora come programmatore in un’azienda informatica per assicurarsi il permesso-studio e spera, presto, di poter riabbracciare i genitori e i suoi fratelli che sono rimasti in Nigeria. Ma come è la vita qui adesso? «Inizialmente non è stato semplice, soprattutto quando non avevo ancora imparato l’italiano. Molti vedono in noi migranti non ciò che siamo, ma ciò che gli viene detto di vedere. Dietro a ognuno c’è una storia, a prescindere dalle sue origini – conclude – Solo con dialogo, ascolto e comunicazione è possibile conoscere le persone e creare integrazione. Una possibilità va data a tutti: io la sto avendo e continuerò a fare tutto ciò che potrò per ringraziare di quanto ho avuto in cambio. Soprattutto donando il sangue».