Dalle Ande al Servizio Civile in Avis, parla Liliana: «Il mio modo di ringraziare l’Italia per avermi accolto»

“Si sabes escuchar, aprendes”. In italiano significa “Se sai ascoltare, impari”. È uno dei proverbi più diffusi in un Paese tanto lontano dal nostro, quanto affascinante. Il Perù. La terra degli Inca, delle Ande, di Machu Picchu. Qui, a Nazca, città della regione di Ica, 26 anni fa è nata Liliana del Rosario Espinoza Acosta. Undici anni fa ha deciso di lasciare la sua terra per percorrere i 10.909 chilometri che l’hanno portata in quella che, oggi, è la sua nuova casa: l’Italia, Perugia più precisamente. Studia Scienze Politiche e sogna la carriera diplomatica, anche se, come racconta «non ho ancora la cittadinanza italiana, quindi posso lavorare solo nelle ambasciate peruviane. Mi farebbe piacere concludere gli studi all’estero, magari in un Paese francofono così da imparare un’altra lingua». Liliana vive qui con la mamma, le sorelle e le zie. In Perù ha lasciato il papà per il quale continua ad avere un pensiero fisso: «Purtroppo non sta bene, ha un problema cardiaco non curabile e nei mesi scorsi è risultato positivo al Covid. Ringrazio Dio ogni giorno per averlo ancora e gli chiedo di proteggerlo e dargli la forza di cui ha bisogno. E per quel che riguarda me cerco di fare di tutto per aiutare chi mi sta intorno». E questo aiuto, Liliana, lo offre attraverso il Servizio Civile con l’Avis Regionale Umbria a Perugia.

 

Come mai hai deciso di avvicinarti ad AVIS e al Servizio Civile?

«Tre anni fa ho iniziato a donare il sangue, ma poi mi sono dovuta fermare subito per alcuni problemi di salute. Grazie all’Avis ho scoperto che era possibile effettuare il Servizio Civile e ho deciso di approfondire questo tema perché volevo dare il mio contributo per aiutare chi aveva più bisogno. Ho iniziato a fine luglio e al momento più che altro stiamo facendo formazione per capire il meccanismo dell’associazione e di questo tipo di attività, ma sono molto felice di essere qui».

 

servizio civile umbria2Liliana del Rosario Espinoza Acosta

Quali erano le tue aspettative e di cosa ti piace occuparti in particolare?

«Il mio desiderio è quello di stare in ospedale e accogliere le persone che vanno a donare il sangue: per me il contatto umano è fondamentale, ma so che è ancora presto. Spero quindi di imparare il più rapidamente possibile così da poter dare il mio contributo attivo e stare accanto a donatori e pazienti».

 

Come ti trovi qui in Italia e perché la scelta del volontariato?

«Questo Paese è diventato la mia seconda casa. L’Italia mi ha permesso di studiare e di costruirmi un futuro, ecco perché trovo giusto dare il mio contributo per ringraziare delle occasioni che mi sono state offerte. Come il vostro Paese aiuta me e tutti noi stranieri che arriviamo qui per crearci nuove opportunità, così è importante che noi facciamo la nostra parte per aiutare chi ha bisogno: lo stesso rapporto che lega donatori e pazienti. Pensare di fare nei nostri territori di origine quello che possiamo fare qui in Italia è impossibile: io stessa in Perù non ho mai donato e non avevo mai pensato di farlo perché non mi ero mai informata e tante associazioni non spiegano cosa fare e come farlo, a differenza di quanto avviene con Avis».  

 

Cosa significa per te essere parte attiva di una realtà che fa della solidarietà il proprio principio cardine?

«Ho sempre voluto entrare a far parte di questo mondo e l’Avis mi ha aiutato a capire molti aspetti del volontariato e della donazione. Lo faccio anche per mio padre, pur sapendo che purtroppo non potrà guarire dalla malattia che ha: il mio impegno come volontaria è un modo per fare la mia parte e aiutare gli altri, un gesto che compio e dedico a Dio pregandolo e ringraziandolo sempre per avere cura di mio padre».

 

Quanto è stato importante secondo te il ruolo del volontariato nella fase dell’emergenza Coronavirus?

«Durante la prima ondata della pandemia non avevo ancora iniziato la mia esperienza nel Servizio Civile e mi sarebbe piaciuto poter donare e dare il mio contributo, ma purtroppo non è stato possibile. Credo però che l’impegno di tanti volontari sia stato determinante soprattutto per rassicurare le persone preoccupate all’idea di doversi recare in ospedale. Spero che i prossimi esami del sangue diano risposte positive per poter ricominciare anche io a fare la mia parte».

 

L’impegno del Servizio Civile può migliorare ancora in qualcosa? Se sì, in cosa?

«Ho iniziato da circa tre mesi e mi sto trovando molto bene. Mi piacerebbe entrare sempre più nel vivo di questa attività e fare qualcosa di concreto: ad esempio vorrei andare nelle scuole, anche se ora è piuttosto complicato, per parlare con i ragazzi e raccontare loro cos’è l’Avis, cosa fa e perché il suo lavoro è così importante per gli altri».

 

Quale consiglio daresti a un giovane che si approccia al mondo del volontariato?

«Direi che si tratta di una scelta straordinaria che va fatta con il cuore. Il Servizio Civile e la donazione sono due gesti che vanno compiuti con l’unico desiderio di aiutare chi ha bisogno senza pensare a ottenere qualcosa in cambio. Dentro Avis è possibile trovare tante cose e tante storie, anche diverse dalle nostre, che ci insegnano il senso più profondo e vero della vita».