L’emergenza non è ancora rientrata, De Angelis (CNS): «Queste le sfide da vincere»

Il 2020 ha segnato un anno negativo per la raccolta di sangue e plasma. L’obiettivo per il futuro è favorire la presenza di personale sanitario nei centri trasfusionali. Con il direttore del Centro nazionale sangue abbiamo tracciato la strada da percorrere

Globuli rossi e plasma calano. Il 2020, o meglio, l’emergenza sanitaria generata dal Covid-19 ha colpito, insieme a tanti aspetti della società, anche il nostro sistema trasfusionale. I dati sulla raccolta pubblicati nei giorni scorsi dal Centro nazionale sangue parlano chiaro: paure, difficoltà di accesso in ospedali o Udr associative e riorganizzazione delle strutture sanitarie, portano a una riduzione sull’intero territorio italiano.

A preoccupare è in particolare il plasma che, dopo i numeri incoraggianti del 2019, lo scorso anno fa registrare addirittura una regressione che ci allontana dal traguardo dell’autosufficienza. A questo si aggiungono i timori dei pazienti cronici che spesso rischiano di non vedersi garantite le terapie salvavita, nonché le numerose richieste di compensazione segnalate dalla bacheca SISTRA. Insomma, il quadro generale rimane delicato e c’è bisogno di tutte e tre le “gambe” del nostro sistema trasfusionale per ripartire e assicurare quella solidità e quella sicurezza che fanno dell’Italia un modello riconosciuto a livello internazionale.

Di questo e molto altro abbiamo parlato con il direttore del Centro nazionale sangue, Vincenzo De Angelis, stilando un bilancio sull’anno appena concluso e provando a delineare obiettivi e strategie per il futuro a venire. 

 

Vincenzo De Angelis (CNS)Il direttore del CNS, Vincenzo De Angelis

Direttore, il 2020 si chiude in negativo: il Covid ha lasciato il segno. 

«La pandemia ha contribuito in maniera importante alla riduzione della raccolta sia di sangue che di plasma, i numeri sono chiari. Un calo in controtendenza con i dati degli anni precedenti, soprattutto per il plasma, che ha portato a una regressione anche rispetto alla previsione nazionale. Occorre mantenere alta l’attenzione perché, come stiamo vedendo, di certo il virus non verrà debellato in questo primo trimestre del 2021».

 

L’autosufficienza è ancora lontana, quindi.

«Lo scenario desta agitazione perché se la pandemia dovesse portarci a poter contare di meno sul plasma in entrata da altri Paesi, come ad esempio gli Stati Uniti, avremmo la necessità di dover contare solo sulle nostre forze. Un qualcosa che la situazione attuale ancora non ci consente di fare».

 

Storie come quella del Friuli Venezia Giulia, tuttavia, potrebbero far pensare che con una maggiore organizzazione sarebbe possibile fare meglio?

«Non credo si tratti solo di un problema di organizzazione, per quanto sia fondamentale. La sua supposta mancanza diventa a volte un alibi morale, ma non sempre è così: c’è un fattore individuale che occorre sempre tener presente. Una regione può avere la migliore organizzazione possibile, ma se le persone non vanno a donare diventa tutto inutile: serve un intreccio di intenti che vadano nella stessa direzione».

 

Si riferisce ad esempio alla carenza di personale sanitario? Perché pazienti e associazioni, come lei sa, da tempo richiedono un intervento per agevolare gli accessi nei centri trasfusionali e rendere gli orari più flessibili.

«Ne siamo assolutamente consapevoli. Aumentare il personale e garantire i flussi di accesso sono le nostre priorità, infatti proprio nel 2021 il CNS organizzerà dei progetti insieme alle regioni per capire non solo come migliorare l’organizzazione nelle strutture sanitarie, ma anche la capacità del personale stesso e favorire così i donatori che avranno maggiore libertà di scelta se andare a donare un giorno piuttosto che un altro».

 

Raccolta e consumo globuli rossi 2020I dati di raccolta e consumo di globuli rossi nel 2020 pubblicati dal CNS

 

Tornando ai dati, il 2020 segna un calo anche per i globuli rossi, seppur contenuto da consumi ridotti.

«Sicuramente sì, ma bisogna dire che l’Italia è un territorio in cui le trasfusioni, rispetto ad altri Paesi occidentali, continuano ad essere ancora molto alte. E in questo senso l’aspetto più critico è rappresentato dai pazienti cronici che, spesso, rischiano di non avere a disposizione la terapia salvavita o, comunque, se la vedono ridurre per risparmiare sul sangue a disposizione».

 

Ecco, proprio questo tema dell’accesso prioritario alle terapie ci è stato più volte espresso dalle associazioni dei pazienti: cosa si può fare in tal senso?

«L’accesso alle terapie è importante, in particolare per chi soffre di immunodeficienze, in quanto le immunoglobuline al momento sono il plasmaderivato più utilizzato. Se non dovessimo averle per tutti, a chi dovremmo rinviare la terapia? Sulla salute non può valere il principio del “chi primo arriva meglio alloggia”, perché andremmo a penalizzare coloro che non hanno terapie alternative. Per questo è necessario lavorare lungo tre strade: implementare la raccolta di plasma, creare dei livelli prioritari nell’assegnazione ai pazienti e migliorare le rese produttive delle case farmaceutiche nell’estrazione delle immunoglobuline dal plasma».

 

Dati alla mano, però, sembra che la lezione della prima ondata non sia stata troppo recepita.

«Credo che i centri trasfusionali si stiano comportando in linea con quanto richiesto. I donatori vengono accolti in assoluta sicurezza e lo stesso discorso vale anche per unità di raccolta associative. In tutto questo ricordiamo anche che il CNS aggiorna costantemente le misure di sicurezza trasfusionale: tutti abbiamo imparato a gestire il distanziamento sociale e a convivere con i dispositivi di sicurezza personale, ma occorre continuare a tenere alta l’attenzione».

 

Schermata 2021-02-02 alle 15.32.33.pngI dati sulla raccolta di plasma nel 2020 pubblicati dal CNS

 

Si parla sempre delle “tre gambe” del sistema: se e cosa possono fare le associazioni in tutto questo?

«Le associazioni hanno da sempre un duplice ruolo strategico, diretto e indiretto. Nel primo caso devono adeguare le offerte delle udr all’organizzazione delle mutate esigenze, in quanto il Covid ha cambiato l’approccio alla donazione. Nel secondo caso, invece, devono agire per una vera e propria educazione sanitaria che va dalla donazione, alla prenotazione della stessa, passando per la sensibilizzazione alla donazione del plasma, la risposta in tempo rapido alle conseguenze della pandemia e l’implementazione delle campagne di informazione».

 

Dopo tanta attesa è iniziata la campagna di vaccinazione, ma i donatori dovranno aspettare ancora: è preoccupato?

«No, per il semplice fatto che prima dobbiamo preoccuparci di chi rischia di morire. L’età media dei donatori, unita al loro stato di salute e all’attenzione che pongono nelle loro attività quotidiane, li pone meno in pericolo rispetto a persone anziane o malati gravi, quindi non credo che tutto ciò possa incidere sull’attività trasfusionale. Inoltre, alla luce delle nuove e pericolose varianti del virus, è bene sapere che le misure di prudenza personale, dall’uso delle mascherine al distanziamento sociale, dovranno continuare a essere adottate anche dopo la vaccinazione».

 

Che fine fanno, in tutto questo, i progetti di raccolta del plasma iperimmune?

«Proseguiranno perché rappresentano una strada fondamentale per ricavare le immunoglobuline specifiche contro il Covid. La risposta emergenziale può basarsi sulla sua infusione, ma poi occorrono interventi o tramite vaccino o con immunoglobuline specifiche e anticorpi monoclonali. Ecco perché la raccolta non si fermerà».

 

Possiamo già fornire un quadro di questo primo mese del nuovo anno?

«Come sempre gennaio segna un momento di contrazione e la bacheca SISTRA lo ha confermato mostrando numerose richieste di compensazione. Il calo lo abbiamo registrato sia per quanto riguarda i globuli rossi che il plasma: ricordiamoci che il bisogno di sangue non cessa mai, quindi andiamo a donare sempre».

 

Il 2021 vedrà l’Italia ospitare, speriamo in presenza, la Giornata mondiale del donatore: che obiettivo ci diamo? Qual è la sfida per il prossimo futuro?

«Imparare a convivere con un quadro epidemiologico che può mutare da un momento all’altro. Ciò che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo deve renderci capaci di dare risposte immediate ed efficaci a qualsiasi tipo di necessità. Adeguare gli approcci e favorire la disponibilità di sangue ed emoderivati dove e quando servono, deve rappresentare la nostra linea guida».