“Noi plasma e voi?”, gli esperti a confronto nel webinar di AVIS Nazionale e Donatorih24.it

Se c’è una cosa che la pandemia ci ha insegnato è che, ancora una volta, il sistema italiano della donazione volontaria e non remunerata si è confermato un modello di sicurezza e affidabilità. È questo il coro unanime che si è alzato nel corso di “Noi plasma e voi? Più donazioni per raggiungere l’autosufficienza”, il webinar organizzato da AVIS Nazionale e dal sito Donatorih24.it mercoledì 16 dicembre.

L’appuntamento ha fornito un’occasione importante di confronto non solo su questo prezioso emocomponente che, il Covid, ha portato alla conoscenza di milioni di persone, ma anche sul tema dei vaccini, sull’autosufficienza da farmaci plasmaderivati e su come i pazienti affetti da patologie rare vivano questa fase di emergenza sanitaria. Il tutto tracciando un bilancio sul protocollo Tsunami, lo studio nazionale comparativo randomizzato per valutare l’efficacia e il ruolo del plasma ottenuto da pazienti convalescenti da Coronavirus, avviato lo scorso maggio con l’università di Pisa come centro capofila e poi promosso da Istituto Superiore di Sanità e AIFA.

Moderato dal direttore di Donatorih24.it, Luigi Carletti, il webinar ha visto intervenire, insieme al presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola, il Gen. B. Girolamo Petrachi, delegato del Vice Ministro della Salute, On. Pierpaolo Sileri; il prof. Francesco Menichetti, coordinatore nazionale progetto Tsunami e direttore U.O. Malattie Infettive Azienda ospedaliero-universitaria pisana; il dott. Giovanni Camisasca, referente plasmaderivazione SRC Piemonte e direttore SIMT Ospedale di Borgomanero (NO); il dott. Giovanni Musso, presidente Fidas e portavoce pro tempore CIVIS (Coordinamento Inter associativo Volontari Italiani Sangue); il dott. Alessandro Segato, presidente AIP (Associazione Immunodeficienze Primitive).

 

Vaccini: approccio e avanzamento della campagna

Girolamo PetrachiIl generale Girolamo Petrachi

Dopo le prime somministrazioni in Europa, l’attualità ci dice che il countdown starebbe per terminare anche nel nostro Paese: «Stiamo procedendo come da programma – spiega Petrachi – e a quanto sappiamo la campagna avrà un inizio graduale partendo dagli operatori sanitari e le persone più fragili. Sarà importante insistere con campagne di comunicazione e informazione per spiegare i vantaggi che le somministrazioni comporterebbero per ciascuno di noi non solo in termini di salute, ma anche nell’ottica di una ripresa generale e di un rapido ritorno alla vita normale». Saranno 1500 i punti dislocati in Italia dove effettuare i vaccini: «Abbiamo voluto prevedere una distribuzione quanto più capillare possibile per non creare assembramenti e consentire a tutti di accedere nella più totale sicurezza», ha concluso.

 

Plasma iperimmune: l’Europa, il nostro sistema e i timori dei pazienti

Giovanni MussoGiovanni Musso, presidente Nazionale FIDAS e portavoce del CIVIS

L’aggiornamento pubblicato nei giorni scorsi dall’ECDC (il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) ha confermato come l’utilizzo del plasma da convalescente richieda ancora maggiori riscontri sotto il profilo scientifico, seppur si stia rivelando soddisfacente per i risultati ottenuti. Eppure gli scontri sul tema non mancano, si vedano le recenti puntate della trasmissione tv “Le Iene”: «Negli ultimi mesi sangue ed emocomponenti sono entrati nell’agenda dei media – afferma il presidente di FIDAS e coordinatore CIVIS, Musso – e allo stesso modo nell’interesse di milioni di cittadini. Tuttavia spesso si è fatta un’informazione sia buona che cattiva: la prima ha sempre tenuto conto degli studi in corso, l’altra si è fatta spingere dal sensazionalismo. Come associazioni abbiamo sempre incentivato la donazione, tant’è che ad oggi abbiamo migliaia di unità di plasma iperimmune a disposizione dei servizi immunotrasfusionali». Ma come ha reagito il sistema? «I pazienti sono i primi a chiedere risposte di fronte a un’emergenza di questo tipo – prosegue – i donatori hanno risposto bene, mentre con le strutture pubbliche, a mio avviso, è mancato quel coordinamento politico che ha portato ciascuno ad andare autonomamente per la propria strada senza un percorso condiviso».

Alessandro SegatoIl presidente di AIP, Alessandro Segato

Proprio a nome dei pazienti ha parlato il presidente di AIP, Alessandro Segato, spiegando le preoccupazioni legate al convivere con un «sistema immunitario compromesso che ci rende più soggetti al virus e ad altre infezioni. L’altra paura è quella di non avere a disposizione gli emoderivati: noi viviamo grazie ai donatori e quando leggiamo o sentiamo di carenze e sistema in affanno potete immaginare cosa proviamo. A livello nazionale l’Italia è autosufficiente per i farmaci plasmaderivati per circa il 70%, ma la situazione varia da regione a regione».

 

Il protocollo Tsunami e la filiera del sistema trasfusionale

Francesco MenichettiIl professor Francesco Menichetti

Sono stati 27 i centri che hanno partecipato allo studio che, come ha spiegato il professor Menichetti «si è concluso con grande successo avendo raggiunto il totale dei pazienti che puntavamo ad arruolare. Si è trattato di un risultato importante per la ricerca nazionale, frutto della donazione di tantissimi volontari: adesso bisognerà attendere che l’Istituto Superiore di Sanità esamini i dati raccolti per poi dettare i prossimi step». Il concetto su cui punta l’attenzione il professore è la necessità costante di plasma: «I numeri presentati dal Cns, che indicano in 4.470 le subunità totali disponibili al 14 dicembre, sono troppo ottimistici. Continuiamo ad aver bisogno di questo emocomponente da conferire alle aziende affinché ne ricavino le immunoglobuline specifiche, ma anche altri farmaci salvavita fondamentali per le terapie di migliaia di pazienti».

Giovanni CamisascaIl dottor Giovanni Camisasca

Il calo delle donazioni è stato spesso correlato alla mancata capacità, secondo qualcuno, di saper gestire i picchi emergenziali da parte dei servizi trasfusionali. Un tema su cui, nel corso del webinar, ha provato a fare luce il dottor Giovanni Camisasca, referente plasmaderivazione SRC Piemonte e direttore SIMT Ospedale di Borgomanero (NO): «La raccolta oggi avviene con criteri che, in qualsiasi realtà pubblica non sanitaria, sarebbero impensabili, visto che è possibile donare anche il sabato e la domenica. Tuttavia, quello su cui sarebbe importante concentrarsi, e tempo fa il ministero della Salute e il Cns lo proposero, è la possibilità di centralizzare alcune attività come la lavorazione degli emocomponenti». E quali sarebbero i vantaggi? «In questo modo si potrebbero recuperare risorse umane da dirottare nei centri trasfusionali e garantire quindi una maggiore presenza e ricambio di personale. Stesso discorso per le unità di raccolta associative che, ad oggi, garantiscono la maggior parte di sangue ed emocomponenti a disposizione del Servizio Sanitario Nazionale».

 

La carenza di personale e il bilancio sulla raccolta

I cambiamenti che ha vissuto nel corso degli anni la medicina trasfusionale e la nuova concezione del medico che vi lavora, uniti a determinati cavilli burocratici, sono alla base del mancato ricambio generazionale del personale sanitario. Lo spiega il presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola: «Il Covid ci ha dimostrato che se la nostra dirigenza vuole può dare input efficaci per l’impiego di sempre più professionisti per integrare il nostro staff. Oggi il medico trasfusionista non è più solo la figura incaricata di assistere i donatori, ecco perché è importante avvicinare anche gli specializzandi a questo settore, così da garantire persone di riferimento all’interno delle unità di raccolta». Un problema di fronte al quale, tuttavia, il sistema ha retto: «Rispetto al 2019, nonostante la pandemia, abbiamo registrato un calo di globuli rossi di circa il 5%, nulla se pensiamo che nei mesi critici molti ospedali, in particolare nelle regioni più colpite dal virus, sono stati trasformati in centri Covid con la sospensione di tutte le normali attività, raccolte comprese. Questo fattore – prosegue – ha comportato anche una riduzione dei consumi, in virtù del rinvio di numerosi interventi chirurgici, ma nessuno è mai rimasto senza sangue e terapie salvavita. Qualche problema si è riscontrato nella ripresa perché non c’è stata sufficiente comunicazione con le rispettive direzioni sanitarie, quindi la richiesta di sangue è ripartita senza avere ancora la disponibilità dei donatori. Speriamo che a gennaio le cose vadano meglio».

E il plasma invece? «Il calo è stato ci circa il 2-3% perché, diminuendo le unità di sangue intero, è conseguentemente diminuito anche il plasma da frazionamento. Stabili sono state le procedure di plasmaferesi, il che la dice lunga sulla nostra solidità rispetto ad altri Paesi come gli Stati Uniti, dove si dona a pagamento anche due volte alla settimana e il calo è stato di circa il 30%».

 

Il sistema etico più forte anche della pandemia

Gianpietro BriolaIl presidente Gianpietro Briola

La differenza tra la scelta volontaria e non remunerata che contraddistingue l’Italia e la donazione che prevede la retribuzione, negli Usa e non solo, è stato un altro degli argomenti al centro dell’incontro. E non solo per una questione di etica e impegno civico, ma anche di sicurezza e certezza delle terapie per i pazienti che dipendono dai nostri donatori. Come ha sottolineato Briola, infatti, «il crollo della raccolta oltreoceano rischia di ripercuotersi anche sul mercato dei farmaci plasmaderivati. Noi per circa il 30% dipendiamo dall’estero, per questo è importante lavorare per il raggiungimento dell’autosufficienza, così da garantirci non solo un costo ridotto della lavorazione che a quel punto si baserebbe su plasma italiano, ma anche l’indipendenza dalle altre nazioni e la certezza che anche con la chiusura delle frontiere, come avvenuto durante il Covid, non correremmo il rischio di vedere bloccata anche la circolazione delle merci e quindi dei medicinali».

Anche perché quello che succede tra Messico e Stati Uniti, tutto rappresenta fuorché una garanzia di sicurezza sia per il donatore che per il ricevente: «Il gesto compiuto in Italia è un gesto di educazione civica – afferma Segato – e i numeri citati dal presidente Briola lo confermano. Il calo da noi è stato contenuto, mentre dove la donazione è a pagamento è stato devastante. Succede sempre così: quando non ci sono i soldi gli amici se ne vanno, quando invece uno è amico davvero rimane, soprattutto nel momento del bisogno. E i nostri donatori sono rimasti: per noi pazienti questa non è retorica, per noi è vita».

Nessuna apertura, insomma, nemmeno a soluzioni, per così dire, “ibride”, cioè a metà tra il nostro sistema e quelli che prevedono la retribuzione: «Siamo disposti a fare le barricate di fronte a proposte di questo tipo – dichiara senza mezzi termini il coordinatore del CIVIS, Musso – sarebbe un autogol clamoroso dopo la lezione che ci ha fornito la pandemia. L’OMS ha dichiarato che il sistema trasfusionale più sicuro è quello che si basa sulle donazioni volontarie e lo stesso discorso riguarda il plasma: la politica deve rendersi conto che si tratta di un qualcosa di strategico e dobbiamo lavorare in un’unica direzione per diventare il prima possibile autosufficienti».

 

Vaccini, plasma e futuro del nostro sistema sanitario

Che la donazione volontaria dobbiamo tenercela stretta lo pensa anche il professor Menichetti che, concludendo il suo intervento, ha fatto chiarezza anche sul perché ora l’attenzione generale sia focalizzata solo sul vaccino: «In questo momento il Paese ne ha bisogno per immunizzare circa 42 milioni di persone. Noi che siamo dei tecnici, però, abbiamo il dovere di ricordare che i filoni di intervento e ricerca sono molti altri: per la vaccinazione siamo all’inizio della sperimentazione richiesta, ma per gli anticorpi monoclonali manca ancora molto, quindi non si deve andare avanti a slogan. La ricerca randomizzata deve proseguire parallelamente perché molti pazienti hanno bisogno ora di interventi terapeutici, ecco perché è necessario lavorare tutti per fornire le risposte migliori e contrastare la malattia».

Se in questi anni globuli rossi e plasma sono stati garantiti è stato senz’altro grazie all’impegno di AVIS e di tutte le altre associazioni. Dignità e valore vanno riconosciuti non solo alla donazione, ma al donatore per «il gesto che compie che non ha un’importanza solo sanitaria, ma anche sociale – conclude Briola – si tratta di un contributo al vivere nella comunità e su questo contributo straordinario è necessario un intervento da parte delle istituzioni. La mia speranza è che i finanziamenti del Recovery Fund e, forse, del MES, possano contribuire a rendere il nostro sistema sanitario ancora più solido. Uscire dalla crisi vuol dire fornire prospettive diverse e strumenti diversi per dare un’accelerazione al nostro sistema e farlo diventare appetibile e stabile agli occhi di chi vorrebbe entrarci per lavoro o per ricerca».

 

Un messaggio sposato in pieno dai partecipanti al webinar e che il generale Petrachi potrà riportare al vice ministro della Salute, Pierpaolo Sileri.