Nuove strade per curare i tumori del sangue

Uno studio, condotto dai centri di ricerca e di ematoncologia degli istituti Tettamanti e Maria Letizia Verga di Monza, ha individuato la mutazione di un gene come causa di morte prematura delle cellule immunitarie che producono gli anticorpi

Sostenere la ricerca, in particolare sulle malattie rare, significa non solo trovare soluzioni terapeutiche per i pazienti che ne sono colpiti, ma anche individuare nuovi percorsi diagnostici e clinici per malattie già note. È il caso dello studio condotto dal Centro di ricerca dell’istituto Tettamanti di Monza, in collaborazione con quello di ematoncologia del comitato Maria Letizia Verga, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Blood.

L’indagine ha permesso di individuare una mutazione genetica responsabile della morte prematura delle cellule del nostro sistema immunitario: una condizione che, conseguentemente, lascia l’organismo indifeso di fronte all’attacco di virus e batteri. FNIP1, questo il nome del gene che, se alterato, nei fatti spegne il metabolismo e impedisce la produzione degli anticorpi.

Non si tratta di una cura contro le malattie del sangue, ma come spiega il professor Andrea Biondi, direttore scientifico del Centro Tettamanti e del Centro di ematoncologia pediatrica Maria Letizia Verga, «siamo di fronte a uno scenario che potrebbe aprire nuove strade non solo per la cura di patologie rare, ma anche per nuovi approcci e soluzioni efficaci per malattie a noi note».

 

Professore, ripercorriamo le tappe di questo studio.

«Il nostro rappresenta uno dei centri di riferimento per le malattie del sangue nei bambini, come leucemie e altre forme ematologiche. Quotidianamente ci vengono riportate situazioni di anemie, riduzione di globuli bianchi e altre patologie conosciute. Tuttavia, spesso si presentano condizioni ancora non proprio chiare sotto il profilo diagnostico, motivo per cui abbiamo dovuto procedere lungo percorsi alternativi. Un qualcosa reso possibile dall’avanzamento delle conoscenze che ci permettono non solo di essere più pronti nel gestire e dare nomi alle malattie, ma anche nel fornire nuove dimensioni di cura a quelle più rare».

 

Andrea Biondi (Istituto Tettamanti)Il professor Andrea Biondi

Tutto è nato da un piccolo paziente.

«Si è rivolta a noi la famiglia di un bambino affetto da neutropenia (una malattia genetica ereditaria caratterizzata da rilevanti e regolari oscillazioni del numero di granulociti neutrofili, che possono variare da livelli quasi normali a livelli estremamente bassi, ndr) che, tra le altre conseguenze, riportava anche valori delle immunoglobuline più bassi della media. Il dottor Francesco Saettini, dell’ambulatorio di Immunologia del Centro Maria Letizia Verga, ha voluto riprendere uno studio che aveva dimostrato come la mutazione di questo gene FNIP1 comportasse la riduzione dei globuli bianchi e dell’immunoglobulina: possibile, quindi, che ci trovassimo di fronte alla stessa cosa».

 

A quel punto cos’è successo?

«Nel bambino abbiamo escluso tutte le cause note della neutropenia e lì abbiamo capito quali fossero le peculiarità. Nei test che erano stati effettuati in laboratorio sui topi, l’inattivazione del gene nelle fasi precoci dello sviluppo del feto, aveva permesso di stabilire se, al momento della nascita, un organo funzionasse o meno. Ciò che il gene produce e risulta alterato, altro non è che la proteina responsabile di un altro gruppo di proteine, chiamate AMPK, che hanno il compito di accelerare nella cellula la produzione di energia. Questo cosa significa? Che senza FNIP1 la cellula non produce energia quando è sotto stress e di conseguenza muore. In particolare quando ci si trova di fronte a patologie come i tumori del sangue con i linfociti con metabolismo accelerato, se riuscissimo a intervenire su questo gene avremmo la possibilità di rallentare l’attività del tumore stesso. L’obiettivo è proprio questo, bloccarlo per fornire maggiori possibilità ai pazienti».  

 

Qual è il prossimo step?

«Al di là del caso specifico che ci siamo trovati a trattare, ora è necessario capire come, interferire con questo gene, possa avere ricadute sul comportamento delle cellule: in sostanza, è necessario stabilire se e come possa diventare un percorso di intervento anche su altre malattie. Le patologie rare hanno questo ruolo, quello di fornire informazioni importanti per nuove strategie da adottare in casi più frequenti. Ecco perché investire sulla ricerca è fondamentale».

 

Come avviene questo esame e quali forme potrebbero essere curate con più facilità?

«Individuare questa mutazione è molto semplice, è sufficiente un piccolo prelievo ematico. Sulla sua applicazione è ancora presto per sbilanciarsi: non abbiamo trovato una soluzione per le malattie del sangue, ma senza dubbio abbiamo tracciato una strada in più da percorrere per capirne l’evoluzione e le possibilità terapeutiche».

 

AVIS da sempre sostiene la ricerca sulle malattie rare e i tumori del sangue: quanto i donatori possono contribuire a questo studio?

«Sono la realtà più importante. Durante i miei corsi universitari, che si tratti di pediatria, biotecnologie o altre materie, la prima cosa che chiedo, provocatoriamente, è quanti donatori ci siano alla mia lezione. Lo faccio perché è importante spiegare costantemente che il sangue e gli emocomponenti non sono un qualcosa che si compra al supermercato, ma un dono prezioso frutto dell’impegno e del senso di responsabilità di migliaia di volontari. Il lavoro da compiere oggi è sui giovani: c’è poca consapevolezza dell’importanza di sangue e plasma, le nuove generazioni devono capirlo e sta a noi fare il possibile per accompagnarle lungo questo percorso di conoscenza».