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Malattie rare e farmaci orfani, cosa possono fare i donatori

Sangue e plasma sono strategici per l’autosufficienza e la continuità assistenziale, ma anche per lo sviluppo di nuove terapie. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Domenica Taruscio, direttrice del Centro nazionale malattie rare dell’Istituto Superiore di Sanità

Si chiama ICORD (International Collaboration on Rare Diseases and Orphan Drugs). È un’organizzazione internazionale che punta a implementare la ricerca scientifica sulle malattie rare in ogni Paese del mondo. A capo di questa società scientifica per la seconda volta (la prima fu nel biennio 2010-2012) è stata chiamata una donna. È italiana ed è la dottoressa Domenica Taruscio, già direttrice del Centro nazionale per le malattie rare dell’Istituto Superiore di Sanità.

Con lei abbiamo cercato di scattare una fotografia il più nitida possibile sulla situazione che, in Italia e non solo, si sta vivendo in questo ambito. Dalle persone colpite da patologie rare alle terapie attualmente in uso, passando per i programmi internazionali attualmente in essere.

Senza dimenticare il ruolo determinante dei donatori di sangue e plasma, spiegando cosa sono e perché sono così importanti i “farmaci orfani” e quanto il gesto etico, volontario e non remunerato rappresenti l’unica strada non solo per l’autosufficienza di emoderivati, ma anche per la continuità assistenziale di cui migliaia di pazienti hanno bisogno.

La dottoressa Domenica Taruscio

Dottoressa, intanto congratulazioni per questa nomina: che effetto fa averla ricevuta per la seconda volta?

«È per me un onore e un privilegio. Non posso nascondere la soddisfazione e la gratitudine per la fiducia che mi viene nuovamente accordata, ma soprattutto il privilegio di poter continuare a lavorare per migliorare il benessere di pazienti e famiglie attraverso una carica importante e gli strumenti che sono propri di ICORD. Parliamo di un’organizzazione che mira a promuovere la ricerca scientifica e la conoscenza (perché questa si traduca poi in azioni di miglioramento) del vasto mondo delle malattie rare in tutti gli angoli del pianeta, aggiungendo ogni anno Paesi nuovi al dibattito e alla cooperazione internazionale in questo ambito. E lo fa partendo dal presupposto che la prevenzione, la cura e il trattamento di queste patologie sono una questione di giustizia, di diritti umani da rispettare».

Cosa si aspetta da questo suo secondo mandato e quali saranno gli obiettivi principali che si è prefissata di raggiungere, anche in accordo con i partner internazionali?

«Mi aspetto senz’altro che si continui a percorrere la via della collaborazione internazionale, della condivisione, del confronto nell’ambito di quello che è un forum globale di accademici, professionisti sanitari, esperti di sanità pubblica, economisti, rappresentanti delle associazioni di pazienti e dell’impresa, per affrontare questioni comuni nel campo delle malattie rare. Ma uno degli obiettivi che più mi sta a cuore nel contesto di ICORD è quello di fornire il necessario supporto tecnico-scientifico, nonché organizzativo, in tema di politiche e gestione delle malattie rare ai Paesi in via di sviluppo, nel rispetto della specificità di ogni Paese. Abbiamo cominciato nel 2016 lanciando una “Call for global action for rare diseases in Africa” e abbiamo poi ideato per i Paesi dell’America Latina e per quelli Caraibici la ERCAL (Rare Diseases and Orphan Products in Latin America and the Caribbean Nations and Territories) Strategy, che prevede di studiare e discutere per ogni Paese lo stato della legislazione e delle politiche esistenti, le attività di ricerca scientifica, le sfide e gli ostacoli ancora in essere ai bisogni dei pazienti, l’organizzazione dei servizi sanitari, le opportunità di collaborazione futura, suggerendo attività mirate. Ad oggi, abbiamo organizzato molti seminari online in Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Perù ed altri Paesi. Sono stata invitata di recente a partecipare alla stesura del Piano Nazionale per le Malattie Rare del Cile, nell’ambito della Strategia Nazionale di Salute per il decennio 2021-2030.  Ho da poco ricevuto la doppia nomina a Miembro Corrispondiente Estranjero de Academia de Ciencias Medicas  e quella di Visitante Distinguido della Facultad de Ciencias Medicas (Corboda, Republica Argentina) a testimonianza della collaborazione con l’Argentina, sempre e solo a servizio dei pazienti: dalla prevenzione delle anomalie congenite alla partecipazione a progetti congiunti finanziati dalla Commissione Europea, quali EUROPLAN (progetto per lo sviluppo di piani nazionali per le malattie rare) ed EPIRARE (Piattaforma europea per i registri per le malattie rare)».

Quello delle malattie rare è un tema che coinvolge inevitabilmente anche il nostro Paese con circa 2 milioni di pazienti: che quadro possiamo tracciare e quanta strada deve ancora compiere la ricerca?

«Non c’è pericolo che la ricerca in quest’ambito resti disoccupata. Per gravità, diffusione e complessità, infatti, le malattie rare rappresentano una sfida a livello nazionale e internazionale, sia per i sistemi sanitari che per le comunità scientifiche e sociali. Il numero complessivo di persone con malattia rara in Italia non è ancora noto con precisione, ci sono certamente delle stime, ma possiamo dire che il numero totale è di gran lunga superiore a quello delle sole persone con malattia rara esente in base alla normativa vigente. Tuttavia, l’Italia non è la cenerentola d’Europa. Il quadro lo ha dipinto il VII Rapporto MonitoRare 2021, redatto da UNIAMO-Federazione Italiana Malattie Rare, da cui emerge innanzitutto l’eccellenza del nostro Paese nell’ambito del programma di Screening Neonatale Esteso con un panel di circa 50 condizioni patologiche (un numero in crescita) che possono essere diagnosticate a poche ore dalla nascita e di cui quindi si possono prevenire gli effetti peggiori, a volte letali. Dal 2001 esiste la Rete Nazionale Malattie Rare per la prevenzione, diagnosi, sorveglianza e trattamento di queste patologie, che include il Registro Nazionale, istituito all’Istituto Superiore di Sanità (ISS), e i centri clinici regionali per la diagnosi e cura. Dal 2008 opera il Centro Nazionale Malattie Rare (CNMR) che dirigo, sempre all’ISS, e che svolge ricerca e coordinamento tecnico-scientifico ad ampio spettro, controllo esterno di qualità dei test genetici utilizzati ai fini diagnostici nel nostro Paese, nonché formazione per gli operatori sanitari ed informazione ai cittadini mediante il Telefono Verde Malattie Rare (800 89 69 49). Altri punti di forza sono rappresentati dall’eccellenza di diversi centri clinici di competenza confermata anche dalla partecipazione agli European Reference Networks (ERN) e dal fatto che ben tre coordinatori di altrettante ERN sono italiani (ReCONNET, BOND e MetabERN); dall’accessibilità al farmaco anche attraverso i diversi percorsi definiti nel tempo; dall’esistenza di più help-line istituzionali di riferimento per le malattie rare. Inoltre, 15 Regioni hanno inserito il tema delle malattie rare nell’ambito degli strumenti generali di programmazione sanitaria o hanno definito un Piano Regionale Malattie Rare».

Quanto l’emergenza sanitaria generata dal Covid ha colpito il mondo della ricerca in questo settore?

«L’emergenza ha colpito innanzitutto i pazienti a causa della necessaria chiusura delle attività sanitarie routinarie. Un’indagine promossa dal CNMR e da UNIAMO, lo scorso marzo-aprile 2020, ha rilevato come, nel nostro Paese, il 52% dei rispondenti abbia rinunciato a terapie ospedaliere per non essere esposti al contagio e circa un quinto dei malati rari non ha avuto possibilità di accedere alla consegna di farmaci a domicilio. La ricerca, al contrario, non si è fermata: proprio il forzato distanziamento ha, in alcuni casi originato, in altri corroborato, collaborazioni transdisciplinari grazie a reti che, per loro natura, non conoscono barriere geografiche. La pandemia è stata occasione per incrementare gli incontri online di formazione e di informazione, nel nostro caso abbiamo organizzato numerosi webinar e messo a punto strumenti di divulgazione, quali, la newsletter RaraMente, aggiornata ogni 15 giorni sul sito ministeriale delle malattie rare. Diverse organizzazioni, tra cui la stessa ICORD, ma anche l’International Rare Diseases Research Consortium (IRDiRC) e l’Undiagnosed Diseases Network International (UDNI), già attive, hanno rafforzato partnership, collaborazioni e coordinamento delle svariate attività scientifiche. Guardando al panorama della ricerca di base, la Fondazione Telethon (con cui AVIS Nazionale quest’anno festeggia 20 anni di collaborazione, ndr) per il 2020 è riuscita a finanziare 45 progetti su tutto il territorio nazionale su oltre 40 malattie genetiche rare».

Ricerca e sviluppo dei farmaci orfani rappresentano solo alcuni degli obiettivi di ICORD. A fine 2018, in base al Rapporto MonitoRare, il numero di medicinali di questo tipo complessivamente disponibili in Italia era di 109 su 135 autorizzati dall’EMA. È possibile che il numero aumenti?

«Facilitare la ricerca e lo sviluppo dei farmaci orfani è un must per ICORD: ci si confronta sui risultati delle ricerche, si discutono strategie per lo sviluppo di farmaci sicuri ed efficaci, valutando nel contempo il potenziale utilizzo di terapie esistenti approvate o sperimentali per altre malattie rare. Per quanto concerne l’Italia, MonitoRare 2021 ha evidenziato come sia aumentato il numero di farmaci orfani disponibili (da 71 nel 2019 a 75 nel 2020); di farmaci erogati tramite la L. 648/1996 (terapie innovative ancora non autorizzate in Italia, o in fase di sperimentazione clinica, o con indicazioni off label) da 27 a 35 (nel 2012 erano 13); cresce in maniera esponenziale l’accesso al fondo della L. 326/2003 (istituito per l’impiego di farmaci orfani per il trattamento di malattie rare e di farmaci che rappresentano una speranza di terapia, in attesa della commercializzazione, per particolari e gravi patologie), passando da 20 persone nel 2016 a 1.361 nel 2020: il tasso di approvazione delle richieste ha raggiunto oltre l’82%. L’auspicio è che si prosegua in questa direzione. Tuttavia, non manca qualche zona d’ombra: gli studi clinici autorizzati rimangono sostanzialmente stabili, mentre diminuiscono le sperimentazioni cliniche in fase I e II (dal 58,3 al 43,6%) come pure la presenza italiana nei progetti di ricerca inseriti nella piattaforma Orphanet».

Orfano è definito anche il plasminogeno, un derivato del plasma per la cura della congiuntivite lignea*: la necessità di terapie efficaci per le malattie rare può essere una spinta verso il raggiungimento dell’autosufficienza nazionale da farmaci plasmaderivati?

«Senza dubbio può contribuire e, al tempo stesso, l’autosufficienza è auspicabile per garantire la disponibilità di tali farmaci e, dunque, la continuità terapeutica. In Italia, il plasma raccolto dai donatori è sufficiente a coprire circa il 75% del fabbisogno nazionale di immunoglobuline, con differenze marcate tra le Regioni. La restante parte di farmaci, prodotti principalmente con plasma proveniente dagli Usa, viene reperita sul mercato internazionale. Al riguardo, il Gruppo di lavoro sulle immunoglobuline (Ministero della Salute, AIFA, Centro Nazionale Sangue, rappresentanti delle Regioni e Farmindustria, che si relaziona anche con i rappresentanti delle Associazioni dei pazienti) è all’opera per prevenire le carenze, identificando sistemi per massimizzare l’appropriatezza di utilizzo clinico-terapeutico e per migliorare le tecnologie industriali in modo da aumentare le rese produttive».

AVIS Nazionale sostiene da anni la ricerca contro le malattie rare: in che modo l’attività dei donatori può essere sempre più d’aiuto in questo ambito?

«La donazione di sangue è un atto d’amore, di quelli senza condizioni e senza calcoli, tra i più immediati ed efficaci: in tanti casi è proprio una trasfusione che salva una vita; in altri casi, il sangue fa parte di una cura (per molte malattie rare è così), in altri ancora è un possibile e promettente alleato per la messa a punto di una terapia futura. I donatori, inoltre, incarnano quella generosità, quella pazienza e perseveranza, quella passione per la vita, per quella degli altri in particolare, che ritrovo in tanti pazienti, caregiver, familiari, medici, operatori e ricercatori di quella comunità speciale che è il mondo dei rari».

*La congiuntivite lignea è una forma rara di congiuntivite cronica, caratterizzata dalla formazione ricorrente di lesioni pesudo membranose di consistenza lignea (da cui il nome), a livello delle superfici palpebrali, e ricche di fibrina. Neonati e bambini sono i soggetti più a rischio. Le lesioni oculari possono essere trattate mediante terapia topica a base di plasminogeno umano o plasma fresco congelato.

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