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Motivazione e gioco di squadra, la lezione dei Giovani di AVIS

Al meeting di Catania organizzato dalla Consulta Nazionale una tavola rotonda per capire quanto agire in team sia strategico. In ogni campo. Perché collaborazione, ascolto e forza di volontà sono alla base di ogni ruolo. E chi meglio dei donatori ne è a conoscenza?

 

Avreste mai pensato che lo sport, la chirurgia, la musica e, perché no, anche la cucina, potessero avere qualcosa in comune con la donazione di sangue? Ebbene, la risposta è sì e, se indaghiamo a fondo, riusciamo a scoprire che le cose in comune sono più d’una. La prima? Il gioco di squadra. La consapevolezza che senza l’apporto di ciascuno non è possibile arrivare al risultato, alla terapia più efficace, alla melodia più armoniosa, alla ricetta più golosa. “Motiv-Action”, il meeting organizzato a Catania dalla Consulta Nazionale AVIS Giovani il 6 e 7 maggio, ha lasciato una lezione agli oltre 120 rappresentanti dei gruppi giovani di ogni regione italiana, attraverso la più calzante delle metafore sportive: il singolo può far vincere una partita, ma è solo il gruppo che può trionfare alla fine del campionato. E non a caso, come sottotitolo dell’evento è stato scelto “Collaborazione, interazione, partecipazione”: un richiamo ai valori fondanti dell’associazione? Sicuramente e, allo stesso tempo, un modo per ribadire che senza quella “Motiv-Action”, quella forza di volontà che spinge ogni donatore in maniera anonima e volontaria a compiere il suo gesto solidale, in tanti, troppi, non avrebbero possibilità di cura. Da qui il legame con il gioco di squadra, che sia in campo, in sala operatoria, sul palco o in cucina.

 

IMG_4318.jpegGianni Saraceno

Moderato dalla vice coordinatrice nazionale della Consulta, Greta Pieracci, il meeting si è aperto con l’intervento di Gianni Saraceno, presidente della Federazione rugby della Sicilia. È lui che, senza nemmeno farlo apposta, dà il titolo a ciò che stiamo raccontando: «Nel gioco del rugby da soli non si va da nessuna parte. Nel mondo della donazione è lo stesso». E se ci si pensa, è la verità. «Questo sport, nei luoghi in cui viene praticato, e la Sicilia ne è la dimostrazione, è utilizzato come strumento pedagogico». Cosa significa? Semplice. Significa che ognuno può giocarlo e fornire al resto della squadra le proprie unicità, le proprie caratteristiche, la propria spinta affinché il traguardo possa essere raggiunto. Anche senza vittoria? Certo, perché fallire, anche se all’apparenza può sembrare una parola negativa, è un qualcosa di fondamentale per cresceremigliorarsi e continuare a fare il proprio dovere. Perché non sempre si riesce a vincere, ma una sconfitta non cancella e non cancellerà mai l’impegno che c’è dietro. Di ciascuno.

 

IMG_4320.jpegSimone Rabuffetti

È il tema su cui si è concentrato Simone Rabuffetti, responsabile della comunicazione di Briantea 84. È una società sportiva dilettantistica di Cantù, in provincia di Como, che fin dalla sua nascita, nel 1984, si è posta un obiettivo straordinario: sviluppare e promuovere lo sport per le persone con disabilità, sia fisica che non. «Siamo conosciuti principalmente per il basket in carrozzina, ma siamo attivi anche in altre discipline paralimpiche come nuoto, calcio, atletica e pallacanestro con atleti che hanno disabilità intellettivo-relazionale». Come si svolge il lavoro di Briantea? Con la collaborazione: «Porre la persona al centro è ciò che ci ispira quotidianamente. È ovvio che il risultato è importante e per raggiungerlo la motivazione è fondamentale, ma quello su cui dobbiamo puntare è il gruppo. Dobbiamo essere consapevoli di poter contare sull’apporto di ogni componente del nostro team, da chi si occupa della logistica a chi prepara la partita, fino a chi scende in campo». Un ambiente in cui tutti si preoccupano per tutti. Un po’ come una famiglia, un termine che in AVIS conosciamo bene.

 

IMG_4324.jpegLa dottoressa Barbara Catellani

 

Perché preoccuparsi per tutti significa mettere ciascuno in condizione di avere ciò di cui ha bisogno. E chi meglio dei donatori può saperlo? La dottoressa Barbara Catellani fa parte dell’equipe di Chirurgia Oncologica Epato-Bilio-Pancreatica e dei Trapianti di Fegato del Policlinico di Modena. È lei che, nel suo intervento, rafforza un concetto che per noi è basilare, ma ancora non per tutti: «La donazione, che sia di sangue o di organi, ci permette di salvare vite umane. Se in Italia lo scorso anno siamo riusciti a realizzare 1474 trapianti di fegato e 2083 di rene è solo grazie alla generosità dei donatori e alla collaborazione tra specialisti e familiari che, anche in un momento doloroso come quello della scomparsa di una persona cara, danno il loro consenso al prelievo degli organi. Quando i nostri pazienti ci dicono “mi avete ridato la vita”, “mi avete donato la speranza” capiamo che siamo riusciti a fare risultato. E ce l’abbiamo fatta insieme».

 

IMG_4325.jpegTadzio Pederzolli

 

Ma come ci si riesce? In tanti modi, ma il più importante è l’ascolto. Tadzio Pederzolli divide la sua vita tra cucina e musica. È chef del bistrò “Radice Tonda” di Milano e leader del gruppo “Golpe”. Nel suo intervento confessa che di interessi ne ha sempre avuti molti «tranne lo sport e questo mi ha comportato fatica a creare legami di amicizia. Esistono metodi diversi per centrare i risultati, ma ascoltare chi si ha intorno è un elemento imprescindibile. La relazione sociale parte da qui, dal confronto e dallo scambio di idee che portano miglioramenti e crescita per ciascuno. Sia sotto l’aspetto professionale che personale». E anche in cucina il gioco di squadra è alla base di tutto. Potremmo definirlo l’ingrediente principale di ogni ricetta. Anche quando non riesce alla perfezione.

Far parte di un team, in fin dei conti, vuol dire anche questo. Saper reagire come gruppo all’errore di un singolo, senza focalizzarcisi sopra. Collaborare e motivarsi l’un l’altro in virtù di un senso di appartenenza che ci ricorda e ci convince giorno dopo giorno che quello che si sta facendo lo si sta facendo insieme per il bene di ogni componente della squadra, dell’equipe medica, della band o della brigata. Collaborazione, interazione, partecipazione: tre strumenti di un’unica orchestra, ma indispensabili per la buona riuscita dell’armonia che si sta suonando. Tre parole unite insieme dalla leadership e da un sentimento tanto apparentemente semplice, quanto determinante: la forza di volontà. Il desiderio di farcela.

 

IMG_4349.jpegWalter Allievi

Quello che ha provato Walter AllieviFormatore per diverse aziende, comunicatoremental coach, marito e papà. Walter è tutto questo, ma prima ancora è un uomo che ce l’ha fatta. Sul lavoro? Anche. Ma prima di tutto nella vita. Anzi, “per” la vita. Inizia il suo intervento mostrando una slide che, generalmente, nei meeting si mostra alla fine: c’è scritto “Grazie”. E lo spiega subito il perché: «Il mio ringraziamento è a voi. Perché è per voi che sono qui». All’età di 29 anni (oggi ne ha 20 di più) Walter, insieme a tre suoi amici, rimane coinvolto in un drammatico incidente stradale: può raccontarlo solo lui. Subisce fratture multiple alla gamba, con tanto di terapie per riportarla alla lunghezza originaria. Passa da reparti intensivi a sale operatorie per otto anni di fila. Nello schianto perde circa 2,5 litri di sangue e solo grazie alle trasfusioni riesce ad affrontare il percorso che lo porterà, non senza ostacoli, a tornare a camminare. A correre. A fare surf, una delle sue passioni insieme alla vela. «La relazione con gli altri è un aspetto straordinariamente potente. Nessuno ci riflette mai abbastanza, ma se ci pensate, quando dialogate, scambiate opinioni con qualcuno, discutete con il vostro interlocutore, vi state “influenzando” a vicenda. Nel senso positivo del termine, ovviamente. Ciò che mi è successo ha completamente stravolto la mia vita. I miei progetti, il mio modo di vedere le cose, il mio carattere, i miei pensieri». Non basterebbe un libro, e lui lo ha scritto (“Essere paziente”), per spiegare cosa si prova nel sentirlo parlare. Nel guardarlo e nel percepire, da quegli occhi, cosa abbia significato tornare a vivere. Tornare a provare emozioni. Tornare a piangere: «Per la prima volta ho capito le lacrime degli atleti delle discipline minori che vincono le Olimpiadi. Piangono perché sono reduci da un periodo durissimo, fatto di sacrifici, dolore e, appunto, pazienza. Piangono perché la fatica e il sudore vengono ripagati. Quello che ho provato io quando sono tornato a sciare: non lo facevo da prima dell’incidente. Ho fatto due curve sulla neve e sono scoppiato in un pianto liberatorio. Me l’avevano detto, subito dopo lo schianto in autostrada, che ce l’avrei fatta. Che sarebbe andato tutto bene. E così è successo».

È andato tutto bene.

Nella mattina di domenica, le attività si sono poi spostate all’esterno con i Giovani impegnati in un contest fotografico lungo le vie di Catania, traendo ispirazione dai temi affrontati nel corso del convegno del sabato pomeriggio.

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