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Plasma iperimmune, il punto su come il sistema sangue italiano è impegnato nella raccolta

La raccolta del plasma iperimmune, per un suo possibile utilizzo come terapia contro il Covid-19, è un'azione che vede totalmente impegnato il nostro sistema, dalle associazioni ai servizi immunotrasfusionali, fino al Centro nazionale sangueLa raccolta del plasma iperimmune, per un suo possibile utilizzo come terapia contro il Covid-19, è un'azione che vede totalmente impegnato il nostro sistema, dalle associazioni ai servizi immunotrasfusionali, fino al Centro nazionale sangue

La raccolta del plasma iperimmune, per un suo possibile utilizzo come terapia contro il Covid-19, è un'azione che vede totalmente impegnato il nostro sistema, dalle associazioni ai servizi immunotrasfusionali, fino al Centro nazionale sangue. Ed è lo stesso Cns, insieme al CIVIS, il coordinamento delle associazioni dei donatori, ad affermarlo in una nota congiunta.

 

In Italia sono in corso in questo momento diverse sperimentazioni cliniche, fra cui lo studio Tsunami. Al momento il Cns, nel suo monitoraggio periodico aggiornato al 19 novembre, ha censito 4.325 sub-unità di plasma iperimmune, donato da pazienti guariti dal Covid-19, raccolte da 134 servizi trasfusionali distribuiti su tutto il territorio nazionale. La cifra comprende sia le unità di plasma di cui è stato verificato il titolo, cioè la quantità di anticorpi neutralizzanti presenti, sia quelle su cui questo tipo di analisi verrà effettuata nel momento dell’utilizzo. 

 

«Nel mondo sono 138 gli studi in corso – ricorda il direttore del Cns Vincenzo De Angelis – di cui 73 randomizzati e solo da questi possono venire risposte certe. Ma nel frattempo non siamo inattivi, anzi, ci stiamo comportando come se funzionasse e i centri trasfusionali si stanno muovendo in tal senso. Mi auguro che qualunque sia l’esito degli studi l’attenzione per il plasma iperimmune contribuisca a far crescere la consapevolezza sull’importanza della donazione di plasma in generale, che è indispensabile a garantire l’apporto di farmaci salvavita per molti pazienti».

 

«Il fatto che il Centro nazionale sangue, così come l'intero sistema trasfusionale italiano, sia attivo per incentivare la raccolta del plasma iperimmune è senza dubbio importante – dichiara il presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola – Tuttavia, nonostante i risultati incoraggianti che questa terapia sta producendo, è bene ricordare che l'utilizzo compassionevole non può essere considerato come un procedimento definitivo. Anche la nostra associazione ha, localmente, avviato alcuni protocolli finalizzati al coinvolgimento dei donatori che abbiano sviluppato anticorpi contro il virus, ma occorre lavorare insieme per raggiungere un altro obiettivo: quello di produrre immunoglobuline specifiche che, insieme al vaccino, possano rappresentare la strada più sicura per debellare il Covid».

 

Il plasma iperimmune viene raccolto nei servizi trasfusionali distribuiti su tutto il territorio nazionale: tra questi, in base all’ultimo aggiornamento dell’Iss, sono 80 quelli che aderiscono al protocollo Tsunami. Chi vuole donarlo può rivolgersi alla struttura di coordinamento per le attività trasfusionali della propria Regione e verificare in quali centri potersi recare. Sul sito del Cns è possibile consultare un elenco indicativo e in continuo aggiornamento delle strutture che effettuano questo tipo di raccolta.

 

«Vogliamo rassicurare chi confida nel dono del plasma iperimmune quale possibile terapia al Covid-19 che le associazioni del dono sono impegnate nel favorire la donazione di plasma da pazienti convalescenti – afferma Giovanni Musso, presidente Nazionale FIDAS e coordinatore pro-tempore del CIVIS -. Dobbiamo però essere totalmente corretti, non vogliamo illudervi. Purtroppo l’efficacia del plasma iperimmune ancora non è dimostrata, anche per questo è fondamentale non abbassare mai la guardia nei confronti di situazioni di possibile contagio. Tutte noi associazioni promuoviamo il dono del plasma da convalescenti perché intendiamo essere, anche questa volta, come sempre, al fianco della ricerca e dei pazienti che necessitano del nostro supporto. Insieme, però, impegniamoci ancor prima a prevenire la diffusione del virus: lo dobbiamo ai tanti operatori sanitari, e non solo, che stanno rischiando la propria salute per poter proteggere quella di tutti noi».

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