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Telemedicina e donazioni, l’importanza del progetto pilota in Umbria

Grazie a questo strumento, i colloqui da remoto possono rendere più rapido il processo di selezione del donatore e agevolare il personale medico, spesso costretto a lavorare a regime ridotto. Ecco cosa prevede l’iniziativa avviata in Umbria e quali vantaggi può generare

 

Il tema della carenza di personale sanitario nei centri trasfusionali è una delle cause che, talvolta, rallentano i volumi di raccolta nel nostro Paese. Dati ufficiali sia del Centro nazionale sangue che di AVIS, infatti, confermano che i donatori ci sono (nonostante un ricambio generazionale che procede in maniera non proprio spedita), ma pur essendo in aumento rispetto allo scorso anno, il numero delle donazioni diminuisce.

Un paradosso, per certi versi, che per essere spiegato e risolto richiede un approfondimento del sistema organizzativo dei punti di raccolta, in particolare quelli all’interno degli ospedali. Chi è già donatore conosce le procedure che vengono effettuate, soprattutto quando si inizia a compiere questo gesto di solidarietà. Prima del prelievo viene fatto compilare un questionario che racchiude info su malattie, abitudini di vita e viaggi effettuati dalla persona. Dopo il test e la misurazione della pressione un colloquio tra il potenziale donatore e un medico stabilisce se il diretto interessato è idoneo o meno alla donazione di sangue o plasma. Uno dei primi rallentamenti della macchina organizzativa avviene proprio a questo punto. Il periodo del Covid-19 è stato significativo in tal senso, con molti medici che sono stati riassegnati a reparti diversi per cercare di contenere l’emergenza sanitaria pandemica e supportare i colleghi, spesso a loro volta, contagiati dal virus. Questo ha comportato una massiccia riduzione di personale sanitario proprio dai centri trasfusionali.

Un passo in avanti concreto per venire incontro a questa necessità è stato mosso lo scorso maggio con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del c.d. “DL Salute ed Energia”. Il documento, infatti, prevede che, nelle more di un regolamento quadro per regolare l’attività nei centri di raccolta degli specializzandi, il personale medico in formazione possa prestare “la propria collaborazione volontariamente e in occasionale, con contratto libero-professionaleagli enti e alle associazioni che, senza scopo di lucro, svolgono attività di raccolta di sangue ed emocomponenti. Si precisa – si legge – che tale attività è prestata al di fuori dell’orario dedicato alla formazione specialistica e fermo restando l’assolvimento degli obblighi formativi”.

Un traguardo che valorizza l’impegno di AVIS Nazionale nel dialogo con le istituzioni e che, come ha spiegato il presidente Gianpietro Briola sulle colonne del Corriere della Sera, «è un supporto importante. Proprio nelle ultime settimane, in Lombardia, in Emilia Romagna e in Basilicata gli specializzandi sono già stati autorizzati a operare, a titolo volontario, nei centri di raccolta. E molte altre regioni si stanno muovendo in questa direzione». E lo stesso sta avvenendo anche sul tema della telemedicina.

Nei giorni scorsi è stato avviato un progetto pilota dalla Usl Umbria 2 che permette di coordinare in remoto l’attività del medico trasfusionista e del personale infermieristico che agisce in presenza. Grazie a questa iniziativa, il volontario si reca al centro trasfusionale di riferimento, ma effettua il colloquio per l’idoneità con un medico che fisicamente è in un’altra struttura. Come ha sottolineato il presidente di Avis Regionale Umbria, Enrico Marconi, «si tratta di un’iniziativa avviata ormai da circa tre mesi e ha una cadenza settimanale per quanto riguarda il centro di raccolta di Cascia. È un programma che, ci auguriamo, possa favorire il regolare svolgimento delle attività trasfusionali nelle zone più periferiche di questo territorio, che proprio come nel caso di Cascia deve ancora fare i conti con aree messe a dura prova dai terremoti degli anni passati».

Dopo una prima fase di ambientamento, il progetto ha suscitato il gradimento sia di chi si occupa di gestire chiamata e accoglienza dei donatori sia dei volontari stessi. «In tempi di carenza del personale, costringere un medico a percorrere lunghe tratte solo per un colloquio con il paziente, significa sacrificare risorse preziose nei servizi immunotrasfusionali di riferimento – conclude – ecco perché contiamo su questo progetto proprio come supporto strategico per le aree periferiche. Per noi è un modo per continuare a far sì che le persone donino, che chi ancora non lo fa possa iniziare e che i medici riescano a incontrare i donatori senza “sprecare” tempo prezioso e continuare a garantire raccolte sicure e stabili».

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