Plasma, il Friuli Venezia Giulia è la prima regione per quantità raccolta in rapporto ai cittadini

Con la direttrice dell’Unità di Medicina Trasfusionale dell’AAS 2 "Bassa Friulana-Isontina", la dottoressa Vivianna Totis, abbiamo tracciato un bilancio sull’attività effettuata sul territorio, dall’organizzazione delle strutture alla collaborazione con donatori e associazioni

Il Covid ha lasciato il segno su molte cose nel corso del 2020, compreso il nostro sistema trasfusionale. I dati sulla raccolta di globuli rossi e plasma pubblicati nei giorni scorsi dal Centro nazionale sangue lasciano poco spazio ai dubbi: la flessione investe tutti i territori italiani, in particolare per quanto riguarda il plasma, il cui percorso verso l’autosufficienza nazionale subisce una battuta d’arresto dopo i numeri incoraggianti del 2019.

Tuttavia, proprio in questo ambito, c’è chi, nonostante le difficoltà incontrate nell’ormai passato annus horribilis, è riuscito a “portare a casa” un risultato non da poco: essere la prima regione italiana per chili raccolti in rapporto alla popolazione. Stiamo parlando del Friuli Venezia Giulia che ha chiuso il 2020 con 28.707 kg di plasma per frazionamento, compiendo un ulteriore importantissimo passo in avanti rispetto all’anno precedente.

Con la direttrice dell’Unità di Medicina Trasfusionale dell’AAS 2 "Bassa Friulana-Isontina", la dottoressa Vivianna Totis, abbiamo tracciato un bilancio sull’attività effettuata sul territorio, dall’organizzazione delle strutture alla collaborazione attiva di donatori e associazioni.

 

Dottoressa, nonostante tutto possiamo dire che il 2020 si è chiuso con il segno “+”.

«È il risultato di un percorso che parte da lontano e che ci ha permesso, con grande soddisfazione, di tornare a essere la prima regione italiana per chili di plasma raccolto in rapporto alla popolazione locale, un primato che era spettato alle Marche. Abbiamo la fortuna di poter contare su un numero molto alto di donatori, un fattore che ci ha permesso di raggiungere traguardi importanti anche per la raccolta dei globuli rossi».

 

Cosa c’è alla base di questi numeri?

«Qui facciamo solo raccolta pubblica, incentivando la raccolta del plasma fin dagli anni ’90. Abbiamo sempre cercato di monitorare la situazione cercando di favorire le procedure in aferesi, una scelta da cui oggi arriva il 52% di questo emocomponente che conferiamo all’industria».

 

Eppure gli effetti della pandemia si sono sentiti anche qui.

«Agli inizi di marzo, un po’ come in tutto il Paese, abbiamo registrato un calo deciso. L’emergenza sanitaria, per un territorio piccolo come il nostro, rischia di generare conseguenze ancora maggiori, ma da alcuni anni abbiamo a Palmanova (in provincia di Udine, ndr) un centro unico di validazione per tutta la regione che lavora e redistribuisce le unità in funzione delle esigenze degli ospedali. Dopo gli appelli lanciati i donatori si sono mobilitati e, a seguito di un eccesso di globuli rossi, abbiamo chiesto alle associazioni di sensibilizzare le donazioni in aferesi, modificando le nostre agende in base alle esigenze del momento».

 

Se per il plasma il 2020 è stato un anno che in Friuli Venezia Giulia ha segnato traguardi importanti, lo stesso non si può però dire per i globuli rossi.

«Le unità raccolte sono state 53.960, oltre 5mila in meno rispetto al 2019, per un calo di quasi il 10%. Tuttavia, questi numeri sono stati compensati da una riduzione del consumo, un fattore che ci ha permesso di conferire fuori regione 400 unità in più di quanto previsto dalla programmazione. A conti fatti, nonostante la pandemia, nel 2020 abbiamo conferito circa 8900 sacche ad altri territori in carenza. In tutto questo ci aiuta il report settimanale che inviamo alle associazioni su raccolta e consumo per gruppi sanguigni, con il Covid che, paradossalmente, ci ha aiutato a migliorare la comunicazione proprio con le realtà del volontariato che si sono sentite coinvolte e partecipi».

 

I dati nazionali dicono che l’autosufficienza per il plasma è ancora lontana.

«Quello che mi sento di dire è che non esiste un “modello Friuli” da esportare in altre zone. Certamente una maggiore elasticità di orari nei centri trasfusionali, unita a una crescente disponibilità del personale sanitario, potrebbe essere un fattore utile a incentivare i donatori. Sono preoccupata per la crisi economica che potrebbe scatenarsi quando verrà tolto il blocco ai licenziamenti, mi auguro che questo scenario non si manifesti. È chiaro che la raccolta dovrebbe essere meno rigida e che la rete trasfusionale andrebbe rivista in termini di bisogni del paziente ed esigenze del donatore: in sostanza, non si può pensare che se il donatore è più propenso a donare nel fine settimana, questa possibilità gli venga preclusa perché in precedenza un centro si era sempre organizzato diversamente. Questa è la fatica maggiore che ci attende, ma che con l’aiuto delle associazioni dobbiamo affrontare e superare».

 

Provando a volgere lo sguardo al 2021, possiamo già stilare un bilancio di questo primo mese?

«Per quanto riguarda il plasma siamo in linea con gennaio 2019, mentre stiamo registrando un calo ulteriore nella raccolta dei globuli rossi».

 

Il tema del momento è quello del vaccino anti-Covid: i donatori devono aspettare, il Friuli si sta organizzando in altro modo?

«Siamo in linea con le disposizioni del ministero, anche perché al momento la carenza o presunta tale dei vaccini sta impedendo anche di completare le somministrazioni alle fasce prioritarie. La richiesta per anticipare il vaccino ai donatori è stata inoltrata, ma è difficile che venga concessa».

 

La rapidità di vaccinazione sui donatori può influire sulle donazioni stesse?

«Quello che mi preoccupa maggiormente, al momento, è la questione delle scuole. Fino a lunedì 1° febbraio abbiamo avuto gli istituti superiori chiusi e un grande apporto alle nostre scorte arriva proprio dagli studenti maggiorenni che donano grazie alle autoemoteche in occasione delle giornate che vengono organizzate in licei e istituti. Questa forma di reclutamento è al momento sospesa, gli effetti si stanno facendo sentire e, nel caso di prolungate chiusure per contenere i contagi, potrebbero farsi sentire anche più a lungo. Anche perché la paura di recarsi in ospedale per donare c’è ancora».