Solidarietà e impegno sociale, le comunità islamiche: «Attraverso AVIS e il dono diciamo no al terrorismo»

Si chiama Sura. È il nome arabo con cui viene identificato ciascuno dei 114 capitoli in cui è diviso il Corano, il testo sacro dell’Islam. Il versetto 32 della Sura 5 recita: «Chiunque uccida un uomo, che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità».

È quel passaggio che, insieme a tanti altri contenuti nel Corano, fa capire quanto l’Islam tutto sia fuorché una religione che inciti all’odio e allo spargimento di sangue. Tanto più se quando lo si fa, lo si fa in nome di Allah. I terribili fatti di Nizza e Vienna delle scorse settimane hanno ancora una volta riacceso la luce sul terrorismo internazionale di matrice islamica e su quella conclusione troppe volte utilizzata in maniera errata secondo la quale il termine musulmano sia sinonimo, appunto, di terrorista. Di assassino.

Se c’è una cosa che da sempre costituisce il fondamento di AVIS Nazionale, e del suo impegno al servizio del prossimo, è il sentimento di inclusione sociale unito a quello della solidarietà. Valori che tanti donatori giovani e meno giovani hanno fatto propri. Valori che sono stati e sono condivisi anche da tante comunità islamiche presenti nel nostro Paese e che, da anni, collaborano con la nostra associazione per garantire sangue e terapie salvavita a tanti pazienti. Perché, come loro stesse dicono, «agire come un terrorista è l’esatto contrario dell’essere musulmani. Il sangue ci rende tutti uguali ed è per questo che noi lo doniamo. Per donare la vita, non per toglierla».

 

 

I fatti di cronaca e le reazioni degli uomini e delle donne di pace

Youssef FilaliYoussef Filali

«Questo non è Islam. Questo non vuol dire essere musulmani. Vuol dire essere assassini e chi agisce così non può essere associato a noi». A parlare è Youssef Filali. È originario del Marocco e vive in Italia da 12 anni. È il referente della comunità islamica di Perugia, con la quale, insieme all’Avis Comunale, organizza giornate di raccolta e iniziative solidali nel capoluogo umbro, a Foligno, a Marsciano e in altre località del territorio. Le sue parole trasudano dolore per le vittime di Nizza e di Vienna, delusione per un fenomeno che non accenna a fermarsi e poi rabbia. Tanta rabbia: «Venire etichettati e avvicinati a questi assassini è inevitabile, ma è un qualcosa che personalmente non accetto. Io e la mia famiglia, così come la stragrande maggioranza delle persone musulmane, viviamo secondo regole e valori di pace e di solidarietà. Conosciamo la nostra religione e cosa recita il Corano che ci insegna a vivere in maniera civile con tutti. Un valore per il quale Allah ci ricompensa, perché fare del bene al prossimo è come farlo a lui». Da qui la scelta di diventare donatore: «È un gesto che compio con estrema naturalezza, proprio perché la mia volontà è quella di vivere in pace e in armonia con gli altri. Dobbiamo tutti imparare a convivere per non far pagare il prezzo più alto alle nuove generazioni».

Touria AbouelalaTouria Abouelala

Nuove generazioni di cui fa parte Touria Abouelala. Ha 23 anni. È nata anche lei in Marocco e dal 2004 vive a Ravarino, in provincia di Modena, dove ha svolto il volontariato con l’Avis Comunale. Suo papà è il rappresentante della comunità islamica locale. Lei studia ingegneria elettronica e, come racconta scherzosamente, «mi ero dimagrita troppo, anche mia mamma me lo diceva, ma il lockdown mi ha fatto recuperare qualche chilo quindi adesso finalmente potrò cominciare a donare il sangue e fare anche io la mia parte». Sui fatti recenti, Touria non ha dubbi: «Mi sento molto in difficoltà quando assisto a tutto questo, ma dobbiamo impegnarci affinché non vi siano generalizzazioni che portino a intolleranza e pregiudizi. Dobbiamo capire che la diversità è bella, non è pericolosa: è importante non avere paura di chi ha culture e tradizioni diverse dalle nostre, ma anzi imparare per crescere e convivere in armonia».

 

Il ruolo delle guide spirituali

Mustapha BatzamiMustapha Batzami

Il termine arabo è Imam. In italiano significa “Guida” e, in un senso strettamente religioso, indica la “Guida spirituale”, la figura di riferimento di una determinata comunità islamica. L’Imam è colui che recita il sermone, il richiamo che precede la “preghiera del venerdì” che i musulmani recitano subito dopo mezzogiorno. Mustapha Batzami dal 1996 è l’Imam di Teramo. È nato in Marocco, ma vive qui da 31 anni ed è anche diventato cittadino italiano. Oltre ad aver sottoscritto, il 30 marzo 2014, un accordo con l’Avis Regionale Abruzzo con lo scopo di incentivare la convivenza civile tra etnie e religioni e promuovere la donazione del sangue, è Delegato al dialogo per l’UCOI (l’Unione delle comunità islamiche d’Italia): «Vivo con molta tristezza ed estremo sdegno questi atti di violenza che nulla hanno a che fare con la nostra religione. Purtroppo dagli attacchi dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, la comunità islamica in Occidente vive grandi problemi. Quella data ha cancellato tutto ciò che di buono, a livello di inclusione e integrazione, era stato costruito: e a pagare sono proprio i musulmani che seguono i valori della nostra religione votata alla pace, che sia in famiglia, con se stessi o nel mondo».

Cosa può fare una guida spirituale per contribuire a diffondere messaggi di accoglienza e solidarietà? «Occorre far capire che i testi sacri non possono essere interpretati a proprio piacimento, men che mai incitando all’odio e invitando a fare del male al prossimo. Il Corano non deve andare dietro alle mode su internet né a false guideGli Imam devono essere un esempio che la comunità deve seguire per aiutare gli altri». Un po’ come avvenuto durante il lockdown, quando la comunità islamica di Teramo ha organizzato e partecipato a raccolte fondi per acquistare le mascherine chirurgiche a sostegno della Croce Rossa o giornate straordinarie per la donazione di sangue e la raccolta di generi alimentari per le persone in difficoltà: «Essere in prima linea per aiutare gli altri, questo ci insegna la fede».

 

La scelta di aiutare gli altri insieme ad AVIS

«Sentire qualcuno che utilizza l’espressione Allah Akbar come grido di battaglia per uccidere, quando invece noi lo utilizziamo per ringraziare Allah durante la preghiera, è doppiamente triste. Un qualcosa di inaccettabile che unisce il disprezzo per la vita all’uso distorto di terminologie a noi care». A parlare è Elzir Izzedin, ex presidente dell’UCOI e attuale Imam di Firenze. Come guida spirituale spiega quanto sia necessario «dare la giusta misura a questi estremisti, i cui atti criminali puntano a minare la convivenza pacifica fondata sui valori di democrazia e giustizia della stessa comunità islamica. Occorre lavorare e parlare con tutti, in particolare con i giovani, per diffondere quella cultura che nell’altro non deve vedere il nemico, bensì una risorsa da accogliere. Dobbiamo tenere vivo il confronto interreligioso, partecipare alla vita quotidiana e al volontariato per contribuire alla crescita economica del Paese in cui ci troviamo. I concittadini vanno tranquillizzati e, noi per primi, dobbiamo essere trasparenti (un esempio eloquente è rappresentato dall’aver introdotto a Firenze l’abitudine di recitare il sermone del venerdì sia in arabo che in italianondr)».

Proprio l’esigenza di una convivenza pacifica ha portato la comunità islamica fiorentina ad avviare la collaborazione con l’AVIS: «Decidemmo di rispondere agli attacchi alle Torri Gemelle donando il sangue – racconta – perché la nostra vita è uguale a quella degli altri e dovevamo ribadire quanto fosse necessario creare un’unica comunità a prescindere dalla fede religiosa. Donare il sangue è un valore aggiunto che ti arricchisce perché doni la vita. Abbiamo scelto l’associazione per la sua laicità, un aspetto importante che porta ad accogliere e non a escludere».

 

Le “seconde generazioni” musulmane

Giamil ZarkaGiamil Zarka

«Appena ho compiuto 18 anni, dopo che i volontari dell’AVIS sono venuti nella mia scuola, mi sono iscritto e ho iniziato a donare. Per me è la normalità e dovrebbe esserlo per tutti: un accompagnamento nella mia vita quotidiana che non costa nulla e contribuisce a salvare vite umane». Giamil Zarka ha 31 anni. È consigliere dell’Avis Provinciale di Bologna e dirigente della comunità islamica bolognese che riunisce tutti i centri islamici del territorio. È originario della Siria, ma è nato nel capoluogo emiliano. È un musulmano della cosiddetta “seconda generazione”, quella cioè nata nel Paese dove i genitori sono emigrati: «Inclusione e confronto non sono solo valori fondanti di una società civile, ma anche della stessa AVIS. Per questo ho scelto di iniziare a donare, perché fare associazionismo significa darsi da fare per aiutare gli altri, un insegnamento che qualsiasi bravo musulmano sa di dover seguire». Sì perché quello che è successo a Nizza e a Vienna, ma anche in altre stragi precedenti, Giamil lo rifiuta: «Chi agisce così non segue la parola di Allah e per noi musulmani è difficile farlo capire. Ogni volta dobbiamo giustificarci per eventi che sono lontani dalla nostra concezione e dal nostro modo di essere, ma le persone non lo capiscono. Io, ad esempio, ho i parenti in Siria e lì la guerra civile non fa sconti a nessuno: i morti sono soprattutto musulmani e vengono uccisi a prescindere. Ma ascoltare è troppo difficile: la violenza verbale e fisica, l’islamofobia diffusa anche mediaticamente ci fa male». Per Giamil la chiave per scardinare questa concezione è approfondire il messaggio della religione islamica: «Come per tutte le cose della vita, non si può parlare di Islam senza conoscerlo. E questo vale sia per noi che per coloro che hanno pregiudizi nei nostri confronti. I musulmani in primis sono chiamati a mettere in pratica davvero ciò che è riportato nei testi sacri, perché la nostra non è una religione di guerra».

Maali AtilaMaali Atila

L’esigenza di non essere “etichettati” e non venire associati a chi “usa” l’Islam per scopi indecifrabili, l’ha espressa anche Maali Atila. Ha 26 anni, è originaria del Marocco, ma è nata a Torino dove è donatrice all’Avis Comunale. Ha partecipato a un progetto dell’università di Roma Tor Vergata, sostenuto dalla Commissione Europea, Direzione Generale Affari Interni (Fondo per la Sicurezza Interna – Programma per l’Empowerment della Società Civile), chiamato “Oltre”. Un progetto nato dal desiderio di contribuire alla prevenzione di fenomeni di radicalizzazione islamica, soprattutto tra giovani di nuova generazione di fede musulmana, attraverso una campagna di comunicazione online su scala nazionale: «Le persone vanno educate a togliere di mezzo l’islamofobia. Non è giusto che i giovani musulmani di seconda generazione debbano sentirsi costretti a fare più del dovuto per riscattarsi o, peggio ancora, dimostrare di non essere ciò che sono. Io ho origini marocchine che non rinnego, ma sono italiana. Dono sangue e midollo osseo perché per me farlo è un dovere morale verso la collettività, di certo non per farmi perdonare di qualcosa che non sono e non ho commesso».